La sera dell’8 gennaio 2026 ho seguito la trasmissione Otto e Mezzo, condotta da Lilli Gruber, con ospiti Beppe Severgnini, Lina Palmerini e Marco Travaglio.
Il confronto sul referendum costituzionale mi ha colpito non tanto per le
posizioni espresse — legittime — quanto per alcune affermazioni date per
scontate, ma che a mio avviso meritano di essere seriamente rimesse in
discussione. Potete sentire il programma al link
https://www.la7.it/otto-e-mezzo/podcast/otto-e-mezzo-08-01-2026-627298
Percorsi identici ≠ ruoli identici
Marco Travaglio
ha sostenuto che il fatto che magistrati inquirenti e giudicanti condividano lo
stesso percorso formativo rappresenti una garanzia di imparzialità e di ricerca
della verità.
Questa affermazione contiene, a mio avviso, un salto logico.
I due ruoli non
sono semplicemente “diverse funzioni” dello stesso mestiere: sono funzioni
strutturalmente opposte.
- Il magistrato inquirente ha
il compito di costruire un’ipotesi accusatoria, raccogliere prove,
coordinare indagini, interagire con forze di polizia e consulenti tecnici.
È, di fatto, un investigatore istituzionale.
- Il magistrato giudicante deve
invece valutare in modo terzo e imparziale il confronto tra accusa e
difesa, stabilendo una verità processuale, non una verità assoluta.
Pretendere che
la stessa formazione garantisca automaticamente l’imparzialità significa
confondere l’omogeneità formativa con la neutralità del giudizio. In
nessun altro ambito complesso (medicina, ingegneria, economia) si assume che
ruoli così diversi possano essere svolti al meglio con un’identica
specializzazione.
Non è una critica personale ai magistrati, ma una critica sistemica.
La terzietà non è solo una virtù morale, è una condizione strutturale
Ancora più
problematica è stata l’idea, sostenuta da Beppe Severgnini, secondo cui
rapporti amicali o professionali tra magistrati inquirenti e giudicanti
sarebbero “naturali”, anche al di fuori del processo. Una posizione minimizzata
anche da Renata Polverini.
Qui non siamo
di fronte a un dettaglio marginale, ma a un nodo centrale dello Stato di
diritto.
La terzietà
del giudice non può basarsi sulla sola correttezza individuale. Deve
poggiare su assetti istituzionali che evitino, per definizione, commistioni
e ambiguità.
In qualunque altro settore pubblico, rapporti personali strutturali tra chi
accusa e chi decide verrebbero considerati quantomeno inopportuni.
Dire che “è
naturale” equivale ad accettare che il sistema si fondi sulla fiducia reciproca
tra operatori, anziché su regole che garantiscano l’equidistanza anche agli
occhi dei cittadini.
La separazione delle carriere come riforma di
razionalità, non di sfiducia
Votare SÌ
non significa “sfiduciare la magistratura”, ma riconoscere che:
- funzioni diverse richiedono competenze
diverse;
- la giustizia non deve solo essere
imparziale, ma apparire imparziale;
- l’assetto attuale espone il sistema
a un conflitto strutturale, indipendente dalla buona fede dei singoli.
La separazione
delle carriere consentirebbe:
- percorsi formativi realmente
coerenti con i ruoli;
- una maggiore qualità sia
dell’azione investigativa sia del giudizio;
- una riduzione delle ambiguità che
oggi minano la fiducia dei cittadini.
Alcuni casi
giudiziari molto noti, come quello di Garlasco, mostrano quanto il
rischio di una costruzione accusatoria fragile possa produrre effetti
devastanti e duraturi.
Un primo passo, non una riforma salvifica
Sarebbe ingenuo
pensare che questa riforma risolva tutti i problemi della giustizia italiana:
- i tempi eccessivi dei processi,
- l’incertezza della pena,
- le difficoltà nell’esecuzione delle
condanne.
Ma proprio
perché non è una riforma miracolistica, rappresenta un passo credibile.
Un passo verso un sistema più coerente, più leggibile e, soprattutto, più
rispettoso del principio costituzionale della terzietà del giudice.
Per queste
ragioni voterò SÌ.
Non per ideologia, ma per razionalità istituzionale.
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