venerdì, gennaio 09, 2026

Perché voterò SÌ al referendum costituzionale sulla giustizia

La sera dell’8 gennaio 2026 ho seguito la trasmissione Otto e Mezzo, condotta da Lilli Gruber, con ospiti Beppe Severgnini, Lina Palmerini e Marco Travaglio.

Il confronto sul referendum costituzionale mi ha colpito non tanto per le posizioni espresse — legittime — quanto per alcune affermazioni date per scontate, ma che a mio avviso meritano di essere seriamente rimesse in discussione. Potete sentire il programma al link

https://www.la7.it/otto-e-mezzo/podcast/otto-e-mezzo-08-01-2026-627298

Percorsi identici ≠ ruoli identici

Marco Travaglio ha sostenuto che il fatto che magistrati inquirenti e giudicanti condividano lo stesso percorso formativo rappresenti una garanzia di imparzialità e di ricerca della verità.
Questa affermazione contiene, a mio avviso, un salto logico.

I due ruoli non sono semplicemente “diverse funzioni” dello stesso mestiere: sono funzioni strutturalmente opposte.

  • Il magistrato inquirente ha il compito di costruire un’ipotesi accusatoria, raccogliere prove, coordinare indagini, interagire con forze di polizia e consulenti tecnici. È, di fatto, un investigatore istituzionale.
  • Il magistrato giudicante deve invece valutare in modo terzo e imparziale il confronto tra accusa e difesa, stabilendo una verità processuale, non una verità assoluta.

Pretendere che la stessa formazione garantisca automaticamente l’imparzialità significa confondere l’omogeneità formativa con la neutralità del giudizio. In nessun altro ambito complesso (medicina, ingegneria, economia) si assume che ruoli così diversi possano essere svolti al meglio con un’identica specializzazione.

Non è una critica personale ai magistrati, ma una critica sistemica.

La terzietà non è solo una virtù morale, è una condizione strutturale

Ancora più problematica è stata l’idea, sostenuta da Beppe Severgnini, secondo cui rapporti amicali o professionali tra magistrati inquirenti e giudicanti sarebbero “naturali”, anche al di fuori del processo. Una posizione minimizzata anche da Renata Polverini.

Qui non siamo di fronte a un dettaglio marginale, ma a un nodo centrale dello Stato di diritto.

La terzietà del giudice non può basarsi sulla sola correttezza individuale. Deve poggiare su assetti istituzionali che evitino, per definizione, commistioni e ambiguità.
In qualunque altro settore pubblico, rapporti personali strutturali tra chi accusa e chi decide verrebbero considerati quantomeno inopportuni.

Dire che “è naturale” equivale ad accettare che il sistema si fondi sulla fiducia reciproca tra operatori, anziché su regole che garantiscano l’equidistanza anche agli occhi dei cittadini.

La separazione delle carriere come riforma di razionalità, non di sfiducia

Votare non significa “sfiduciare la magistratura”, ma riconoscere che:

  • funzioni diverse richiedono competenze diverse;
  • la giustizia non deve solo essere imparziale, ma apparire imparziale;
  • l’assetto attuale espone il sistema a un conflitto strutturale, indipendente dalla buona fede dei singoli.

La separazione delle carriere consentirebbe:

  • percorsi formativi realmente coerenti con i ruoli;
  • una maggiore qualità sia dell’azione investigativa sia del giudizio;
  • una riduzione delle ambiguità che oggi minano la fiducia dei cittadini.

Alcuni casi giudiziari molto noti, come quello di Garlasco, mostrano quanto il rischio di una costruzione accusatoria fragile possa produrre effetti devastanti e duraturi.

Un primo passo, non una riforma salvifica

Sarebbe ingenuo pensare che questa riforma risolva tutti i problemi della giustizia italiana:

  • i tempi eccessivi dei processi,
  • l’incertezza della pena,
  • le difficoltà nell’esecuzione delle condanne.

Ma proprio perché non è una riforma miracolistica, rappresenta un passo credibile.
Un passo verso un sistema più coerente, più leggibile e, soprattutto, più rispettoso del principio costituzionale della terzietà del giudice.

Per queste ragioni voterò .
Non per ideologia, ma per razionalità istituzionale.

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