domenica, febbraio 22, 2015

Lo “split payment” un esempio dei “guasti” che provocano i burocrati quando fanno le leggi.



Pochi sanno che dal 1° gennaio 2015, con l’approvazione della legge finanziaria, è stato introdotto, come strumento di lotta all’evasione fiscale lo “split payment” tradotto dai nostri burocrati “scissione del pagamento”.
Di che cosa si tratta. Tutti coloro che forniscono beni e servizi alle Pubbliche Amministrazioni (PA), emetteranno regolare fattura, ovvero imponibile più IVA di legge, ma in fase di liquidazione la PA verserà al fornitore solo l’imponibile mentre l’IVA confluirà in un fondo, appositamente costituito, regolarmente gli importi versati andranno nelle casse dello Stato.
Questo “semplice” provvedimento ha conseguenze piuttosto rilevanti sia per la sua natura “tecnica” sia per quanto riguarda l’impatto economico-finanziario.
Vediamo gli aspetti tecnici.
Le norme, non del tutto definite, ci sono ancora circolari in essere (il che è tutto dire…) prevedono che il fornitore debba indicare in fattura che l’IVA NON sarà riscossa in quanto il bene/servizio è stato ceduto alla PA. In ogni caso la contabilità dovrà “quadrare” non si può lasciare una fattura pagata solo in parte. Già questa è una complicazione di non poco conto.
Si dovrà “sistemare” anche la contabilità sul fronte IVA perché il fornitore sarà creditore dei relativi importi.
Analoga complicazione contabile si verifica sul fronte della PA. L’IVA non va al fornitore ma nell’apposito fondo, si devono cioè effettuare delle “partite” di giro al fine di garantire le “quadrature” contabili e la correttezza di tutte le operazioni.
Vediamo gli aspetti economico-finanziari
L’obiettivo del provvedimento è la lotta all’evasione. In pratica la PA che spende miliardi e miliardi per beni e servizi vuole essere sicura che tutta l’IVA versata torni nelle sue casse. Se tutti fossero onesti, il provvedimento è inutile. La PA ha stimato che il provvedimento eviterà l’evasione per un miliardo di euro, diciamocelo francamente, non sono noccioline. Mi spiego meglio. Se l’IVA versata dalla PA per i pagamenti è pari a 100, in realtà per via dell’evasione ecc. ne ritorna nelle casse dello Stato solo 90, con lo “split payment” ritornerà tutta. La differenza e quindi la maggiore entrata sarebbero appunto di un miliardo di euro.
Su questo nulla da dire.
Le operazioni contabili di cui sopra e i relativi controlli hanno un costo e di questo non si è tenuto conto, ma l’aspetto più preoccupante riguarda la modificazione dei flussi di cassa dei fornitori.
Gli incassi sono senza IVA e quindi la liquidità nel breve / brevissimo si riduce perché per il fornitore gli acquisti sono gravati dall’IVA. Le aziende vivono un momento congiunturale difficile con difficoltà di accesso al credito a breve, questa situazione peggiora il quadro perché molto probabilmente i tempi di “recupero” dell'IVA sono molto lunghi e quindi le aziende avranno maggiori oneri finanziari.
Sul “Corriere economia” di lunedì 16 febbraio i maggiori costi sono quantificati in oltre 250 milioni di euro e questi sono a carico delle imprese.
Nel breve periodo questo costo non sarà scaricato sulla PA, ma nel giro di poco tempo i fornitori della PA aggiorneranno i listini dei prezzi delle forniture con un risultato evidente di un aumento della spesa per la PA.
Quale poteva essere un provvedimento virtuoso e forse ben più efficace.
In un primo momento considerare le forniture alla PA come si fa per l’export con paesi UE, l’IVA è a carico del paese importatore quindi tutto è già chiaro e consolidato non si doveva introdurre nuovi “regolamenti” adattamenti ecc.…
In un secondo momento si potrà introdurre la totale esenzione del pagamento dell’IVA per le forniture alla PA.
Se nessun ci “marcia” l’IVA per gli acquisti della PA è solo una partita di giro e allora perché non semplificare togliendola.
È ovvio che debbano essere individuate le PA da esentare e soprattutto quali beni non devono essere assoggettati all’IVA.
Il principio per lo Stato dovrenne essere semplice se spendo meno devo incassare di meno, questo genera un ciclo “virtuoso”.
Nel medio lungo periodo lo “split payment” diventerà l’ennesimo balzello fatto solo di burocrazia a conferma della massima che sempre adotta lo Stato e la PA: “Una cosa facile resa difficile mediante l’inutile”.

sabato, gennaio 31, 2015

Complimenti Matteo strategia e tattica perfetta, peccato che l’elezione di Sergio Mattarella non sia valida.



Matteo Renzi ha dimostrato di essere un vero politico perché sa coniugare in modo equilibrato e sapiente strategia e tattica.
Dopo le dimissioni di Napolitano ha tenuto i “fari” accesi sulla legge elettorale. Quelli di Forza Italia si sono illusi pensando che se danno una mano sulla legge elettorale potranno avanzare “diritti” sul nome del Presidente della Repubblica.
Così mentre tutti facevano congetture su questo e quel nome, il Renzi se ne stava zitto. Molto probabilmente avrà inviato “truppe” cammellate per capire chi poteva essere la persone in grado di ricompattare, per l’elezione del Presidente, il PD. Questa è strategia.
Senz’altro avrà compreso che il nome di “Mattarella” avrebbe fatto al caso suo e quindi con un abile mossa tattica, abbandona l’armata Brancaleone di Forza Italia e cala il suo asso.
Gli oppositori sbraitano è stato “tradito” un metodo !!!, non si possono attuare maggioranze a “simmetrie variabili” ecc.., diciamocelo tutte balle.
Ciò che ha fatto Renzi è da manuale. Ma vi ricordate i balbettii di Bersani di due anni fa.

Ma l’elezione di Mattarella è valida?
Vi ricordate il simpatico film di Claudio Bisio “Benvenuto Presidente !”. In quella commedia il Signor Giuseppe Garibaldi ottenne la maggioranza dei voti e quindi i Presidenti di Camera e Senato devono cercare il Sig. Giuseppe Garibaldi. Nel film impersonato da Bisio, un poveraccio, ma alla fine è meglio di tanti altri.
Ma veniamo a Mattarella. Sul web http://www.cognomix.it/ la ricerca Mattarella da 56 risultati, mentre su  http://www.paginebianche.it/cognomi-italiani.html 36. Sono risultati parziali e se tra questi ci fosse un altro Sergio Mattarella.
Chi ha seguito lo spoglio ha sentito la presidente Boldrini citare il mone di Mattarella con tutte le combinazioni possibili On. Mattarella, S. Mattarella, Mattarella S., ecc…
La costituzione parla chiaro l’art. 84 recita: “Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d’età e goda dei diritti civili e politici.
Se in Italia c’è un Sig. Sergio Mattarella, non è quello eletto che fa “ricorso” cosa succede?
Supponiamo che sia un Pentastellato, ma vi immaginate !!!
Per fortuna che candidato Presidente non è stato un Ferrari altrimenti poveri noi.
In un paese di legulei come il nostro possibile che per l’elezione della più alta carica dello Stato si vada così a braccio…
Sono influenzato e forse la febbre mi ha dato alla testa.

giovedì, agosto 14, 2014

Gli 80 euro del piano Renzi, deflazione, calo del PIL e riduzione del rendimento dei BOT: alcune riflessioni



80 euro in più in busta paga non poi pochi, certo il momento è difficile, ma per le famiglie a basso reddito possono rappresentare una “boccata d’ossigeno”.
Forse gli arretrati da pagare, bollette, tasse, balzelli vari, ecc ..sono talmente tanti che di questa cifra ben poca cosa è stata destinata ai consumi.
Le critiche a Renzi si riferiscono al fatto che non tutti sono stati beneficiati, ma chi dice questo non tiene conto del meccanismo adottato.
Non si è trattato di un aumento di stipendio ma di una riduzione delle tasse a carico del lavoratore, ovvero dei lavoratori dipendenti il cui reddito è al di sotto di una certa soglia.
Occorre spiegare, in termini elementari come si determina il costo del lavoro.
Il salario lordo di un dipendente rappresenta l’imponibile con il quale si calcola, mediante aliquote, l’ammontare delle imposte e dei contributi previdenziali a carico del lavoratore, questi due “balzelli” sottratti dal salario lordo sono versati dal datore di lavoro nel suo ruolo di “sostituto d’imposta”. Sulla base dell’imponibile sono calcolati, sempre sulla base di aliquote i contributi a carico del datore di lavoro.
 

Gli 80 euro del provvedimento Renzi provengono da una riduzione delle tasse a carico del lavoratore. Il salario netto per il lavoratore è aumentato senza alcun vantaggio per il datore di lavoro. In pratica il datore di lavoro anziché dare gli 80 euro allo Stato gli da’ al lavoratore.
Se il meccanismo vi è chiaro si comprende perché non sono stati compresi i pensionati, la pensione è una rendita e non un salario, e i lavoratori autonomi pagano l’IRPEF in funzione del reddito ottenuto dalla differenza tra entrate ed uscite nell’anno solare e quindi è assai più difficile applicare un meccanismo automatico come quello realizzato.
La crisi strutturale che sta attraversando l’Italia è anche dovuta all’elevato costo del lavoro (forte incidenza delle tasse e degli oneri previdenziali, il salario netto è meno del 50% del costo del lavoro) che si riflette in una perdita di competitività e produttività.
Il provvedimento Renzi non ha nessun effetto sul costo del lavoro, si vuole stimolare la crescita agendo sul consumo, ma in un contesto così difficile i benefici si potranno vedere solo nel medio termine, quindi bisogna aspettare.
Trarre conclusioni affrettate è solo dannoso.
Ben più preoccupante è il contemporaneo calo del PIL e la deflazione.
Il PIL misura la ricchezza del Paese, se diminuisce vuol dire che la nazione è più povera.
Per misurare l’andamento complessivo dei prezzi dei prodotti venduti, occorre sottolineare di tutti i prezzi dei beni, sono stati elaborati degli indici (la statistica ci fornisce strumenti assai affidabili di cui sarebbe discutibile affermare la non validità), se l’indice aumenta, inflazione, (aumento dei prezzi) se diminuisce deflazione (diminuzione dei prezzi).
Il prezzo di un bene può aumentare in ragione della sua abbondanza o scarsità sul mercato e tutto ciò è positivo perché favorisce il progresso, ma tutto ciò deve essere riferito ad un bene o ad un gruppo di beni non a TUTTI.
Se tutti i prezzi sono diminuiti (deflazione) e contemporaneamente il PIL è calato vuol dire che i consumatori non hanno soldi per comprare i beni e quindi vi è un eccesso di offerta, il produttore per vendere è costretto a ridurre il prezzo. I produttori non riescono neanche ad esportare i beni, non essendo competitivi, e quindi riducono la produzione, dato misurato dal calo del PIL.
I consumatori hanno speso meno ma non hanno neppure risparmiato perché altrimenti la ricchezza sarebbe rimasta almeno invariata.
La stampa ha enfatizzato il fatto che il rendimento dei BOT messi recentemente all’asta non è mai stato così basso. I risparmiatori ricevono un bassissimo compenso per i capitali che posseggono e che sono stati investiti in titoli di stato. Tassi bassi sono a vantaggio dello Stato, diminuisce la spesa per interessi, ma riduce ulteriormente la capacità di spesa dei risparmiatori.
In un contesto simile è difficile credere ad una possibile crescita economica nel breve periodo.
Condivido “il rigore” nei confronti della spesa pubblica, lo Stato non si può far promotore dello sviluppo. Non credo in provvedimenti keynesiani governati dallo Stato si corre il rischio di “drogare” l’economia e non ne abbiamo certo bisogno.
Quello di cui abbiamo bisogno è la messa a disposizione di una grande quantità di danaro per la costituzione di nuove imprese portatrici di innovazione.
Ridurre drasticamente la burocrazia autorizzativa, facilitare la realizzazione di imprese per il turismo, la tutela ambientale, ecc…
L’Europa potrebbe avere un ruolo determinante in tutto questo.
Più si aspetta e peggio sarà, speriamo che chi ci governa non sia in vacanza, ed abbia modo di riflettere su ciò che va veramente attuato.    

venerdì, giugno 06, 2014

Contro lo spreco dei prodotti alimentari – riflessione del mattino.



Da un po’ di tempo si parla del cibo che sprechiamo e soprattutto quanto ci costa buttare nella spazzatura tanti alimenti.
In parte siamo responsabili di tutto questo, ci siamo fatti prendere la mano dalla data di scadenza, dalla paura che tutto ciò che mangiamo se non è perfetto può cagionare malanni. Allora basta una macchiolina, un colore un po’ scuro, ecc.. e si apre la pattumiera.
Mi chiedo però se questo “spreco” domestico sia poi così rilevante. Fare delle statistiche è estremamente difficile.
Credo che il maggior “spreco” in termini di valore e quantità sia a livello di ristorazione e grande distribuzione organizzata (GDO).
In questi giorni è stato dato grande risalto al rapporto dei Carabinieri del NAS sui controlli sugli alimenti, nei ristoranti, ecc… e le maggiori infrazioni riguardavano proprio i “prodotti NON conformi”.
Le strutture serie adibite alla distribuzione degli alimenti e dei cibi sono nei fatti costrette a “sprecare”.
In questo contesto contraddittorio mi chiedo, se lo “spreco” ha un costo, quanto ci costa NON sprecare?
È un aspetto da valutare, non credete?

lunedì, giugno 02, 2014

La truffa del “Brunello di Montalcino”: ricordiamoci che è solo vino



Puntualizzo. Si parla di truffa, frode, inganno ovvero viene venduto del normalissimo vino per altro, l’obiettivo è quello di lucrare in modo ingannevole.
Non si tratta di sofisticazione mediante l’uso di sostanze vietate (ad esempio in Italia è vietato zuccherare il vino, un po’ di zucchero male non ha ..) oppure dannose alla salute. Se si mettono in vendita prodotti sofisticati si può mettere a rischio la salute pubblica e per i furfanti sono guai.
Per i truffatori cosa volete mai, con i tempi della giustizia, quelli il sole a strisce dietro le sbarre non lo vedranno mai.
Si parla di maxi sequestro, ma in fin dei conti sono 30 mila bottiglie su circa 10 milioni, ovvero lo 0,3%.
Ma veniamo al motivo della truffa, quello dell’illecito guadagno, si vende a 100 euro un prodotto che ne vale  1 o 2.
Ma perché del vino raggiunge cifre così folli? Sappiamo che certe bottiglie hanno raggiunto la quotazione di 1500 euro, queste sono semplici follie, la prova che nel mercato c’è qualcosa che non va.
Non è eticamente accettabile che del vino per quanto buono possa raggiungere tali quotazioni di mercato.
Sappiamo che produrre vino di pregio costa parecchio, l’attenzione nella raccolta e lavorazione delle uve, la lavorazione, il lungo invecchiamento, ecc… tutte cose di cui si deve tener conto, ma a questi livelli c’è dell’altro.
Da un punto di vista del mercato tali quotazioni sono possibili solo perché si riusciti a realizzare un mercato monopolistico della marca o del marchio.
Nel mercato tanto più un prodotto è scarso, in presenza di una elevata domanda, maggiore sarà il prezzo.
Sappiamo perfettamente che nel mondo ci sono persone straricche, la stampa ha riportato spesso negli ultimi tempi, le anomalie nella distribuzione del reddito in tutti i paesi.
Con sapienti operazioni si è riusciti a fra credere che il vino possa diventare un bene con il quale affermare ed ostentare la propria ricchezza.
Tutto questo NON va bene.
Truffare è un reato e la truffa quale che sia è da deplorare e censurare ma è altresì necessario combattere tutti i monopoli, la principale fonte di tutti i nostri problemi.
Il vino ne è solo un esempio !!!!!