domenica, marzo 15, 2020

Il coronavirus al tempo della Intelligenza Artificiale (AI)


Quello che sta provocando l'epidemia da covid-19 lo possono constatare tutti. Le conseguenze si protrarranno per un tempo ben maggiore rispetto alla fine dell'emergenza sanitaria. Per farla breve ci leccheremo le ferite di questa catastrofe per un bel po’.
Come per tutti i grandi eventi che capitano in questo mondo i momenti difficili possono dar corso a processi innovativi, rigenerativi con ripercussioni positive nel lungo periodo. Con un detto banale "non tutto il male viene per nuocere".
Stiamo combattendo la diffusione del virus con strumenti che sanno di medio evo, isolare e quarantena. Con le grandi pestilenze, nei secoli passati, si costruivano lazzaretti, e si costringeva la gente alla quarantena.
Mi stupisco, però, che il mondo informatizzato che fa della comunicazione il principale strumento di relazione, metta in campo i suoi strumenti più semplici e quasi banali.
Tutto bello, siamo "social" con Facebook, Skype, WhatsApp, FaceTime e mille altre piattaforme e app.
Facciamo lezione on line, il terziario, in Italia, ha scoperto lo smart working e così via, sono veramente tante le cose che stiamo facendo da casa utilizzando il computer.
Mi stupisce il fatto che non si utilizzano metodi innovativi per contrastare la diffusione del virus.
Mi riferisco alla possibilità di utilizzare in modo puntuale l'enorme mole di dati che derivano dai nostri comportamenti quotidiani e che vengono di fatto registrati e archiviati.
Si può obiettare che tutto ciò è protetto dalla legge sulla privacy ma io dico a "mali estremi estremi rimedi".
Con gli algoritmi messi a punto nel campo dell'intelligenza artificiale potremmo utilizzare l'enorme massa di informazioni che generano i nostri smartphone.
Ad esempio, si potrebbero creare mappe di rischio puntuali, anche a livello di quartiere, che ci permettono di sapere quali sono le aree nelle quali le persone infette si sono mosse nei giorni nei quali avevano i primi sintomi sottovalutandoli.
La Corea avrebbe ridotto il contagio facendo migliaia di tamponi, a persone non sintomatiche non rispettando le indicazioni dell'OMS, ma avrebbe più efficacemente circoscritto le zone nella quali il contagio è più probabile.
I miei post precedenti facevano riferimento ad una opzione offerta da Google Map, ma se ne potrebbero utilizzare altre fonti.
Così come è stato emanato un decreto che prevede la chiusura di tutte le attività, escluse quelle produttive, si potrebbe decretare un "esproprio" di tutte le informazioni "digitali".
Questa emergenza è addossata alla encomiabile dedizione di medici e infermieri e alle strutture ospedaliere che devono affrontare una emergenza sanitaria mai immaginata.
Mi chiedo ancora perché non si fa "sistema" con la componente digitale della nostra società. Ci sono matematici, fisici, ingegneri elettronici che hanno competenze incredibili utilizziamoli.
Forse per questa emergenza si ritiene che ci siano altre priorità ma l'opportunità offerta dalla Intelligenza Artificiale non la sottovaluterei.

lunedì, febbraio 10, 2020

Google Maps ci potrebbe aiutare per tracciare il "corona-virus"


Il corona-virus è responsabile di una epidemia che si è diffusa soprattutto in alcune vaste aree della Cina orientale come ci riferisce dettagliatamente la stampa. I contagi al di fuori dalla Cina sono stati causati da contatti con persone cinesi incontrate all'estero, provenienti dalle zone infette, o da persone, anche non cinesi, ma che comunque si sono trovate in quelle zone.
Il virus si diffonde rapidamente e anche con una certa facilità, per questo motivo è necessario "intercettare" nel più breve tempo possibile tutte le persone, al di fuori dalla Cina, che, anche in modo casuale hanno avuto contatti con individui risultati positivi al corona-virus.
Per questa importante azione preventiva ci potrebbe aiutare la funzione di Google Maps che si chiama "spostamenti".
Per una volta lasciamo da parte il luogo comune di un "grande fratello che ci spia" ma facciamo riferimento alla grande utilità di questo strumento.
La funzione "spostamenti" se appositamente attivata dall'utente permette di registrare tutti i nostri spostamenti spazio-temporali, ovvero viene redatto un diario particolareggiato dei luoghi che ho visitato e soprattutto del tempo che vi ho trascorso.
Google potrebbe rendere "pubblici" i dati riferiti a persone risultate infette comunicando luogo e tempo di permanenza.
Potete ben immaginare l'utilità di una tale informazione. Le autorità sanitarie potrebbero attivare immediatamente piani concreti di "prevenzione" o "attenzione" per il periodo di incubazione.
In ogni caso le persone che si sono avvicinate alle persone infette possono essere monitorate con maggiore attenzione.
Se fra poco, come ci auguriamo si mette a punto una cura contro la malattia diventerebbe molto più facile predisporre piani di profilassi preventiva.
Chissà forse qualcuno chi ha già pensato?
Cosa ne dite – Buona giornata

mercoledì, gennaio 22, 2020

Approfondimento - Quanti saranno gli abitanti in Italia nel 2100?

Lo studio dell'ONU riguarda tutti i paesi. In questo post mi soffermo solo sull'Italia, allargare l'orizzonte sul mondo sarebbe importante, lo farò in un altro post se ne avrò il tempo. Le scienze attuariali stimano l'andamento demografico perché questo aspetto è importante sotto tutti punti di vista, da quelli della ricchezza prodotta al welfare, dai consumi, al risparmio, ecc.
Lo studio dell'ONU ha elaborato nove scenari possibili che prendono in considerazione i tre elementi principali che condizionano l'andamento demografico: la natalità, la mortalità e il flusso migratorio. Nel grafico sono riportati i risultai ottenuti.
Elaborazioni su dati ONU: World Population Prospects 2019 - https://population.un.org/wpp/Download/Standard/Population
I dati stimati sono tanto più affidabili quanto più ci troviamo all'inizio del periodo, è ovvio che per una stima a 80 anni la "forbice" tra gli scenari si allarga sempre più.
Dalla tabella si osserva che la differenza tra lo scenario "peggiore" ovvero quello a bassa natalità indicato "Low varian" (popolazione di poco superiore ai 27 milioni di abitanti) e quello "migliore", denominato "Instant replacement", (in questo caso il modello prevede che la dinamica demografica tende costantemente ad equilibrarsi ed il tasso di sostituzione netto nel lungo periodo rimane pari a 1) è di quasi 33 milioni, quindi una differenza molto marcata.
Elaborazioni su dati ONU: World Population Prospects 2019 - https://population.un.org/wpp/Download/Standard/Population
I diversi scenari dovrebbero essere confrontati con quello indicato con "Medium variant" perché utilizza metodi probabilistici per stimare le variazioni delle variabili utilizzate, quindi lo scenario non si basa solo su dati storici ma anche su possibili variazioni sulla base di conoscenze a priori. Dato il rilevante numero di linee generate da tale metodologia viene poi calcolato un dato medio tra tutte le possibili combinazioni.
Possiamo quindi concludere che la popolazione italiana alla fine di questo secolo si riduca di ca 20 milioni di individui.
La popolazione italiana dimezza (poco più di 30 milioni) nel caso in cui in flussi migratori si annullano "Zero migration". In ogni caso ci deve preoccupare che nessun scenario elaborato prevede un aumento della popolazione; solo un consistente aumento del tasso di natalità può ridurre il pesante calo demografico.
Le stime dell'ONU possono essere confrontate con quelle di una analoga previsione fatta dall'Istat che però ha un orizzonte temporale più breve, solo fino al 2065.
Elaborazioni su dati Istat: Previsioni della popolazione 2018 – 2065 - http://dati.istat.it

Le stime sulla popolazione ci permettono di effettuare elaborazioni sulla numerosità per classi di età.Le classi di seguito riportate sono abbastanza arbitrarie.

Elaborazioni su dati ONU
: World Population Prospects 2019 - https://population.un.org/wpp/Download/Standard/Population/
Elaborazioni su dati Istat: Previsioni della popolazione 2018 – 2065 - http://dati.istat.it/ 
L'incidenza % della popolazione tra le classi si modifica soprattutto nella classe 20 – 50 e in quella superiore ai 70 anni, non vi sono differenze sostanziali tra gli scenari ONU e quelli Istat.
La popolazione fino a 20 anni, fa riferimento ai giovani in età scolare e quindi non lavorano. I 20 anni possono considerarsi un'età media perché ci saranno giovani che proseguono gli studi all'università e quindi dai 18-19 anni possono entrare nel mondo del lavoro.
I modelli educativi dovranno modificarsi radicalmente. La scuola attuale è strutturata su un modello che si è sviluppato tra fine '800 e primi '900 quando cioè la popolazione era in crescita e soprattutto le conoscenze scientifiche sono letteralmente esplose. Nel futuro una parte delle competenze scientifiche potranno essere demandate ad automi? Quante attività umane potranno essere assolte dai robot? Tutto ciò potrebbe modificare i percorsi formativi e anche la durata media degli studi.
La percentuale della popolazione compresa tra i 21 e 50 anni è in sensibile calo. È un dato preoccupante perché si tratta della forza lavoro più significativa. Tra i 30 e 50 anni siamo nel pieno delle nostre forze e capacità quindi un calo assoluto e contemporaneamente un calo percentuale potrebbe portare a società più "ingessate" perché le altre classi sono maggioritarie e potrebbero far valere posizioni più conservatrici.
I dati ONU e Istat non divergono molto se si confrontano le incidenze percentuali nella classe da 51 a 70 anni. In termini numerici il calo riguarda milioni di individui  che saranno ancora in età lavorativa. La diminuzione della popolazione e l'incremento della vita media avranno come naturale conseguenza l'aumento del periodo lavorativo.
La classe degli ultrasettantenni aumenterà nel periodo 2020 - 2100 sia in termini assoluti che in termini percentuali. L'Istat prevede che i centenari siano oltre 120.000, pensate che nel 2020 sono stimati in ca. 14.000.
Credo che i giovani devono essere maggiormente informati su queste dinamiche perché dovranno affrontare contesti di cui oggi non sappiamo valutare l'impatto.

Quanti saranno gli abitanti in Italia nel 2100?


La risposta è 39.993.000 in lettere trentanovemilioninovecentonovantatremila. Ce lo dice l'ONU in uno studio pubblicato alla fine del 2019 che ha aggiornato le stime sulla popolazione mondiale. Chi desidera lo può consultare cliccando su ONU
È molto probabile che chi nasce nel 2020 sia presente nel 2100, mentre i miei studenti, i cosiddetti millennial saranno presenti nel 2080 e nel 2050 saranno la forza produttiva del paese.
I'Istat sul sito I.Stat pubblica la previsione della popolazione nel periodo 2018-2065.
Le metodologie utilizzate utilizzano elaborazioni differenti sui coefficienti di natalità, mortalità e flussi migratori pertanto il confronto tra dati ONU e dati Istat deve essere considerato con una certa cautela.
La popolazione dell'Italia al 2065 è stimata dall'ONU in 48,5 milioni, mentre per l'Istat è pari a 53,7 milioni. Una differenza di 5 milioni di abitanti che non sono pochi.
Indipendentemente dai valori riportati dobbiamo riflettere sul fatto che entrambe le stime hanno segno negativo rispetto all'oggi, da 9 a 14 milioni di abitanti in meno!!.
In questo contesto nazionale si deve tener presente che le dinamiche demografiche a livello mondiale sono assai differenti. Il mondo passerà dagli attuali 7,7 miliardi ai 9,5 miliardi nel 2050. Dal 2050 al 2100 la crescita rallenterà notevolmente tanto che la popolazione a fine secolo è stimata in 10,7 miliardi.
Ci sono nazioni in crescita demografica mentre l'Italia e tanti altri paesi europei registreranno un calo significativo.
Di questi cambiamenti si parla poco.
Il dibattito attuale si concentra sul "cambiamento climatico" su Greta e sul suo movimento ma le problematiche legate agli andamenti demografiche sono altrettanto vitali.
Si dovranno riprogrammare politiche legate al territorio, alla mobilità, alla localizzazione e dimensione di servizi dalle scuole agli ospedali, per non parlare della sostenibilità economica e finanziaria del welfare.
Il calo demografico condizionerà i consumi globali ma soprattutto quelli legati agli aspetti generazionali. Nel 2065 gli over 70 saranno il 25,7 % della popolazione, oggi sono il 16,1.
La forza produttiva sarà in calo e si dovranno ridefinire completamente i rapporti tra le generazioni.
Fra 20 - 30 anni le problematiche del cambiamento climatico saranno in secondo piano, perché il problema demografico sarà molto più importante, credetemi.
Si dovranno creare nuove professioni e nuovi lavori, inoltre è difficile pensare quale potrà essere lo sviluppo delle nuove tecnologie legate alla intelligenza artificiale.
Con la guida autonoma e l'automazione della distribuzione (acquisti on-line) non sarà più necessario spostarsi per fare la spesa e allora come si distribuirà la popolazione?
Saranno abbandonati interi territori?
Ad esempio, che cosa succederà alla collina e montagna di tutto il nostro Appennino? o dei tipici paesi agricoli della pianura?
Tante domande, poche risposte.
Queste stime possono essere utilizzate dai chi deve prendere delle decisioni. Ovviamente non mi riferisco ai nostri amministratori che in questi giorni non riescono a "vedere" oltre il 26 gennaio 2020, figurarsi se possono fare scelte pensando al 2065 o al 2100.
Per un approfondimento con tabelle e dati legga il post successivo


martedì, gennaio 07, 2020

Festa del primo Tricolore: questa sconosciuta


Ieri sera, Telereggio, ha mandato in onda le risposte date da alcune persone, in giro per la città di Reggio Emilia, alle quali è stato chiesto dove è "nato" il Tricolore e quando.
L'esito di queste mini-interviste è sconcertante.
Fatte le dovute osservazioni su questo tipo di indagini poco oggettive, il campione non è mai significativo, inoltre posso mandare in onda le risposte che voglio in funzione dell'obiettivo che mi sono dato, sono stati veramente pochi quelli che hanno saputo rispondere correttamente.
Le risposte sono state le più strampalate soprattutto quelle riferite a quando è nato il Tricolore, si va dal 1960 (avete letto bene) al 1861 (Unità d'Italia) passando da molti non so o non ricordo ecc.
Non avere una conoscenza storica è preoccupante. Il presente è il risultato di eventi passati di cui il Risorgimento è componente fondamentale. Il futuro è il risultato di tutto quello che facciamo nel presente. Tra passato, presente e futuro c'è pertanto continuità.
Se immergiamo parzialmente una asta dritta nell'acqua il nostro occhio la vede piegata nel punto in cui entra nell'acqua. Sappiamo che questo fenomeno è dovuto al fatto che l'acqua e l'aria hanno un diverso indice di rifrazione e quindi l'asta è dritta ma il nostro occhio la vede piegata. Abbiamo cioè conoscenza del fenomeno fisico.
Ma se non sappiamo o conosciamo che l'asta è dritta quando la vediamo immersa nell'acqua potremmo supporre che sia veramente piegata, questa è la ragione per cui alcuni "personaggi" riescono a distorcere la verità storica e a farci credere a fatti e cose non vere.
Meditate.
Buona giornata

venerdì, gennaio 03, 2020

Il 2020 l'anno della rivoluzione liberal: un sogno e la realtà.


Ho iniziato a scrivere questo post il primo dell'anno, e mi sono accorto che stava diventando troppo lungo (qualche pagina) e allora ho pensato di pubblicarlo a "puntate". Ieri sul Corriere della sera una strana coincidenza, Mario Monti nell'articolo di fondo ha citata Carlo Cottarelli che ha scritto sulla necessità di una "rivoluzione economica". Come potete constatare non sono l'unico che ritiene necessario, per il bene della nazione dar corso ad una rivoluzione.
Il post è così articolato:
Il sogno
            Una proposta per una vera crescita economica.
            Come realizzarla
La realtà
            La crisi di governo è prossima
            Una campagna elettorale fatta di bugie
Il sogno.
Nel corso del 2020 si costituisce un partito con l'unico obiettivo quello di scuotere l'intero sistema economico italiano con un solo provvedimento di legge.
Abolire le accise su tutti i carburanti e l'energia elettrica.
Si tratta di un provvedimento che ha un costo rilevante, non voglio tediarvi con cifre e calcoli ma l'ordine di grandezza è di alcune decine di miliardi di euro all'anno.
Ma perché proprio le accise? Della proposta ne fece cenno la Lega, ma poi non ne ha fatto nulla anche perché ha preferito concentrarsi su "quota 100" per mero calcolo elettorale.
L'Italia è un paese la cui economia si basa in gran parte sulla produzione industriale, è quindi un paese trasformatore e per competere si deve:
  • Essere innovativi – tecnologicamente avanzati
  • Concentrarsi su segmenti produttivi difficilmente imitabili – made in Italy
  • Produrre a costi inferiori quei beni che sono prodotti anche dai nostri concorrenti
  • Fornire servizi – logistica a efficiente e a basso costo.

Realizzare queste condizioni non è poi così facile.
Per essere innovativi occorrono massicci investimenti in ricerca e istruzioni e le cose non vanno bene (vedi il post sul ministro Fioramonti)
Sul "made in Italy" cerchiamo di fare la nostra parte, ma non sempre facciamo sistema e quindi spesso ci troviamo in difficoltà, basta pensare a tutti i prestigiosi marchi che sono in mano "straniera".
Nonostante i bassi salari reali, i nostri costi sono eccessivi; le cause sono tante dal fisco alla burocrazia, da un sistema di trasporti inadeguato alle politiche sindacali poco lungimiranti. Per farla bere la nostra produttività è scarsa, anzi negli ultimi anni è decisamente peggiorata.
Sull'ultimo punto, come si fa a fornire servizi efficienti con la nostra burocrazia? Sarebbe un'impresa titanica.
Queste poche righe fanno capire la complessità degli interventi che i governi dovrebbero attuare per dare al nostro Paese un futuro sicuro.
Gli ultimi governi sono stati un "disastro" perché hanno ritenuto che l'economia potesse ripartire puntando sul consumo interno ridistribuendo debiti. Dagli 80 euro di renziana memoria al reddito di cittadinanza. Gli effetti di questi costosi provvedimenti sono quasi zero. Vi ricordate la fantasiosa crescita del 2 e + percento data per certa ad inizio 2019!!!, risultato uno scarso "zero virgola"..
Vi chiederete allora dovrebbe perché funzionare l'abolizione delle accise, la ragione è semplice. Le accise sono un costo "improprio" dell'energia, sono cioè un vero e proprio costo improduttivo, inoltre hanno un effetto moltiplicatore sul costo in tutte le fasi. Mi serve energia per produrre un bene, per trasformarlo, per trasportarlo, per venderlo ecc..
Pensate ad una "bistecca" mi serve energia per produrla (es il gasolio del trattore che lavora nei campi), per macellare il bestiame, il frigo per conservarla sia nel supermercato che nel mio frigo di casa.
Se il costo dell'energia si abbassa si abbassa il costo di tutte i beni e a parità di reddito è ovvio che si possono acquistare più beni e contemporaneamente le nostre merci sono più completive sui mercati esteri.
L'abbassamento delle accise ha come conseguenza la riduzione del costo di produzione di tutti i beni in proporzione più o meno accentuata a seconda dell'incidenza dell'energia sul costo di produzione.
La riduzione dei costi di produzione non è detto che abbia una conseguenza immediata sul prezzo di vendita e quindi per incentivare la produzione si deve puntare su un settore produttivo che ha un effetto leva rilevante e quindi alla abolizione delle accise si deve programmare la "rottamazione" di tutte le automobili da euro zero a euro 3. In 7 anni tutte a tutte queste vetture sarà gradualmente vietato circolare, ma non solo in città ovunque.
Il sito dell'ACI http://www.opv.aci.it/WEBDMCircolante/ riporta tutte le statistiche sui veicoli circolanti in Italia.
Nel 2018 circolano in Italia quasi 52 milioni di veicoli (tutti, dalle automobili agli autocarri)
Un numero esagerato, possibile che abbiamo bisogno di così tanti mezzi? Il 59,1% ha più di 10 anni. Le autovetture sono poco più del 75% di tutti i veicoli.
Il parco autovetture da euro zero a euro 3 è ca il 35%, poco più di 13 milioni di veicoli.
Questi andrebbero rottamati in non più di 7 anni, vuol dire che ogni anno si potrebbero vendere in Italia almeno un milione di autovetture in più rispetto alla norma.
Questo si che sarebbe "incentivare" i consumi.
L'effetto leva di un provvedimento di questa natura sarebbe incredibile.
Come realizzare tutto questo? Al prossimo post.


domenica, dicembre 29, 2019

Dimissioni del Ministro Lorenzo Fioramonti: un caso emblematico.


Le ragioni delle dimissioni sarebbero i 3 miliardi di euro che il Ministro Fioramonti voleva mettere tra le spese del bilancio a favore di scuola, università e ricerca.
A copertura di questo budget, nuove tasse. L'economista "della decrescita" non ha escogitato nulla di poi tanto originale!
Questo è quanto accade ogni giorno nella pubblica amministrazione, ogni progetto non prende minimamente in considerazione se è possibile mobilitare risorse senza gravare sul bilancio dello stato, della regione, della provincia e del comune.
Per la ricerca e l'Università si potrebbe fare molto, moltissimo a costo "zero".
La gestione della ricerca è gravata da una tale burocrazia che sono pochissime le imprese che decidono di finanziare o cofinanziare importanti progetti di ricerca. Le convenzioni che vengono pattuite, nella maggior parte dei casi, prevedono il trasferimento di fondi dal privato all'università e conseguentemente la responsabilità della gestione amministrativa è della struttura di ricerca con tutti i lacci e laccioli della italica burocrazia.
Tutti questi vincoli fanno sì che le fonti del finanziamento della ricerca in Italia si basa prevalentemente su finanziamenti pubblici ad un livello assai inferiore rispetto alle nazioni con le quali dobbiamo competere (dati OCSE).
Sono convinto che se si riformassero le modalità con le quali le imprese possono finanziare la ricerca si genererebbe un flusso di capitali rilevantissimo. La condizione è quella di una gestione manageriale della ricerca in ambito universitario.
Si dovrebbe dar luogo ad una vera "autonomia" liberalizzando l'intera attività di ricerca.
Tre esempi possono dimostrare le ragioni del modesto finanziamento privato della ricerca.
Primo.
Le imprese possono finanziare borse di studio per il dottorato di ricerca. Bene. Questi soldi vengono incamerati dall'Ateneo e a questo punto per assegnare la borsa è necessario emettere un bando con tutto ciò che potete ben immaginare, scartoffie e burocrazia. Il tutto viene fatto sulla base del principio che in quanto fondi pubblici la borsa può essere assegnata solo sulla base di un concorso pubblico, e quindi al più "meritevole". Tutto giusto, ma sulla carta, perché sappiamo perfettamente che se vogliamo realizzare un progetto nei tempi e nei modi previsti abbiamo bisogno di uno dottorando bravo e capace e ce lo possiamo scegliere come fanno tutte le aziende quando hanno bisogno di un dipendente bravo per una determinata mansione.
Si può ovviamente sbagliare, a quel punto si dice, mi dispiace ma non sei all'altezza e si sceglie qualcun altro.
Secondo.
In ambito universitario, si possono stipulare convenzioni di ricerca ad interesse prevalente per il committente. Queste convenzioni sono gestite con modalità differenti tra gli Atenei, ma tutte prevedono la determinazione di un utile che deve essere pari ad una quota percentuale dell'ammontare del progetto. L'utile, pertanto, per il committente rappresenta un costo. L'ammontare dell'utile viene ripartito tra molte "figure", una quota a chi ci lavora direttamente, responsabile della ricerca e i suoi diretti collaboratori, e una quota che viene invece destinata, con modalità differenti, a tutto il personale tecnico amministrativo.
Questo sistema è di tipo "Ancien Régime" perché si basa sul principio di equa ripartizione di risorse che in realtà non è altro che il risultato di una azione lobbistica sindacale.
Terzo
Tutte le spese previste dal progetto, quelle di funzionamento o per eventuali investimenti, sono soggette alle norme della contabilità della pubblica amministrazione, insomma un mare di burocrazia da far tremare i polsi a chiunque.

Ieri il premier Conte, durante la conferenza stampa di fine anno, ha dichiarato che ci sarà un Ministro per l'Università e la ricerca scientifica.
Il lavoro non gli mancherà perché se vorrà fare veramente il bene del paese e degli studenti deve liberalizzare, liberalizzare e liberalizzare.
Il cambiamento che tutti noi invochiamo abbia inizio dall'Università.
Basta con la burocrazia asfissiante.
Basta con i concorsi pubblici che non premiano certamente i migliori.
Basta con una ricerca auto referenziata che ha l'unico scopo di ottenere "score" vantaggiosi ai fini carrieristici.
Basta con regole di accesso ai giovani sempre più penalizzanti e frustranti.
Basta con percorsi didattici 3+2 fatti di una infinità di regole che di fatto impediscono la mobilità degli studenti e creano "gabbie" culturali.

Le prime dichiarazioni del Ministro Gaetano Manfredi (già Presidente della Conferenza delle Università Italiane – CRUI) non lasciano ben sperare perché già si lamenta dei pochi soldi a disposizione e quindi vuole "battere cassa". Speriamo che cambi registro, la speranza è sempre l'ultima a morire.

mercoledì, novembre 13, 2019

Tassa sullo zucchero: decisamente amara


Chissà come andrà a finire, tassa si, tassa no, in ogni caso anche questo è un esempio di come lo Stato ci inganna.
La salute dei cittadini / sudditi è solo un pretesto.
Sulla base delle indicazioni dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) il consumo di zuccheri semplici (es. saccarosio, fruttosio, lattosio, ecc..) non dovrebbe superare il 10 % del fabbisogno calorico dell'individuo. Il calcolo del fabbisogno espresso in grammi è presto fatto, supponendo un fabbisogno calorico medio (tra uomini e donne) di ca. 2400 Kcal e sapendo che un grammo di zucchero apporta 4 Kcal si determina che il fabbisogno medio giornaliero di zucchero è di ca. 60 grammi e il fabbisogno annuale si può aggirare sui 22 Kg.
Mi riferisco ovviamente a tutto lo zucchero da quello nel caffè a quello nei dolci da quello nelle bibite a quello nel gelato.
La quantità di zucchero nelle bibite è veramente rilevante si va dal 10 al 13 % il che vuol dire che un litro di bevanda contiene dai 100 ai 130 grammi di zucchero. Pensateci, d'estate si fa presto a berne un litro.
Il consumo di zucchero, mi riferisco al saccarosio, è in costante aumento. Il calcolo del consumo pro-capite non è semplice e viene stimato. Una fonte autorevole è quella della FAO che ci permette di fare confronti tra i paesi. Ad esempio, in Italia il consumo pro-capite di zucchero è pari a 30 Kg all'anno (estratto dalla barbabietola o dalla canna è la stessa cosa, sempre saccarosio è. Non credete alla bufala che lo zucchero di canna è "più naturale" perché di colore bruno, è solo una questione commerciale). Ci sono nazioni che ne consumano ben più di noi ad esempio in Svizzera il consumo pro-capite supera i 40 Kg (sempre dati FAO). In Francia e Germania il consumo è rispettivamente di 35 e 36 Kg.
Dai dati esposti è facile comprendere che si consuma almeno il 30% di zucchero in più di quello che ci serve.
Fatta questa premessa con "numeri" veri veniamo alla tassa.
Consumiamo troppo zucchero e questo ci fa male, obesità, diabete, pressione sanguina, ecc..
Abbiamo uno Stato che ci tiene tanto alla salute dei propri "sudditi" e allora facendo riferimento alla più consolidata legge del mercato se si aumenta il prezzo diminuiscono i consumi, ecco pronta una nuova tassa fatta per tutelare la salute dei cittadini.
Ma voi ci credete a una panzana simile.
Se si vuole ridurre il consumo di zucchero la cosa più importante è fare una campagna di educazione alimentare, diffondere in modo capillare tutti i rischi legati all'eccesso nel consumo di zucchero e al rischio diabete di tipo 2. Educazione che dovrebbe iniziare dalla scuola dell'infanzia. Ci vogliono tempi lunghi.
Se proprio la tassa la vogliamo mettere si dovrebbe dichiarare in modo esplicito che cosa vogliamo fare con i soldi incassati.
In Italia, al contrario di altri paesi la sanità è pubblica, pertanto un medico mi costa sia se fa prevenzione per il diabete sia per qualunque altra malattia.
Il diabete ha un costo sociale molto elevato che si misura sia come spesa sanitaria (costo diretto, medici, cure, farmaci, ecc..) sia come riduzione delle capacità umane (costo indiretto, difficoltà a lavorare, a studiare, a relazionarsi ecc..). In tempi brevi difficile verificare o poter misurare la riduzione del costo diretto, e per una riduzione del costo indiretto ci vuole almeno una generazione.
L'obiettivo dichiarato dal Governo è quello di indurre comportamenti più "virtuosi" e allora anziché mettere una tassa sulle bevande zuccherate (che poi non sono le uniche colpevoli, vedi il gelato) perché non si riduce la tassazione sulle bevande con poco zucchero o addirittura senza zucchero? Non è molto più semplice. Perché prendere da una mano per dare dall'altra?.
Meno tasse, meno costi, meno burocrazia, ad esempio, questa bevanda si quella no, Coca Cola si, l'italico Chinotto no, ecc..pensate alle polemiche.
Se si "apre" ad una tassazione sui cibi, possiamo iniziare con lo zucchero, per poi arrivare al grasso, alle proteine e per finire al sale.
La tassa sullo zucchero non ha come obiettivo la salute dei cittadini ma quello di fare cassa e ogni pretesto è buono.
In Italia siamo messi così, anche lo zucchero è diventato amaro.