venerdì, febbraio 20, 2026

TFS: da misura emergenziale a debito silenzioso

Il Trattamento di Fine Servizio non è una concessione dello Stato. Non è un premio. Non è una liberalità. È salario differito.

Eppure, nel pubblico impiego, quel salario viene pagato con anni di ritardo e spesso in più rate, senza un meccanismo di compensazione piena rispetto all’inflazione. La misura nasce in un contesto drammatico — quello della crisi del debito sovrano — ma ciò che colpisce non è tanto la sua origine quanto la sua permanenza.

Quando il differimento del TFS viene introdotto sotto il governo Berlusconi, con il ministro Tremonti, il Paese è nel pieno della tempesta finanziaria. I conti pubblici sono sotto pressione, lo spread condiziona ogni decisione, la priorità è evitare picchi di deficit e di fabbisogno. In quel contesto si può comprendere la scelta: diluire nel tempo una spesa significativa per evitare uno shock immediato sui conti.

Il governo tecnico guidato da Monti consolida quell’impostazione. Anche qui, la giustificazione è la stabilizzazione finanziaria.

Fin qui siamo nell’emergenza.

Ma le emergenze, per definizione, dovrebbero finire. Le misure nate per fronteggiarle dovrebbero essere riesaminate, ridiscusse, eventualmente superate. Invece il differimento del TFS è rimasto. Governi di centrodestra, governi tecnici, governi di centrosinistra, esecutivi sostenuti dal Movimento 5 Stelle, fino all’attuale governo Meloni: nessuno ha rimesso in discussione in modo strutturale il meccanismo.

Quando una misura sopravvive a maggioranze opposte e a stagioni politiche diverse, non è più emergenziale. È diventata parte dell’architettura ordinaria della finanza pubblica.

Il punto economico è semplice, quasi banale. Al momento del pensionamento l’INPS conosce con precisione l’importo complessivo del TFS maturato. Conosce il calendario delle rate. Conosce i tempi di liquidazione previsti dalla legge. Non siamo davanti a una grandezza incerta o stimata: è un credito determinato, con scadenze definite.

Ogni anno nuovi dipendenti pubblici maturano il TFS. Ogni anno lo Stato paga rate relative a pensionamenti precedenti. Il differimento non elimina il costo: lo distribuisce nel tempo. Se si guarda alla dinamica a regime, il meccanismo genera uno stock permanente di TFS maturati ma non ancora liquidati. Non è un’anomalia tecnica, è una scelta strutturale.

E qui emerge un elemento più delicato. Questo stock non appare come debito esplicito nel momento in cui matura. Viene registrato quando viene pagato. Dal punto di vista della contabilità pubblica è una gestione di cassa; dal punto di vista economico è salario già guadagnato e non ancora liquidato.

Il paradosso è evidente: se fosse un’impresa privata a pagare il trattamento di fine rapporto con anni di ritardo, parleremmo di tensione finanziaria. Lo Stato può farlo perché è legislatore e debitore insieme.

Si potrebbe obiettare che il TFS e il TFR sono istituti diversi. È vero sul piano giuridico. Ma entrambi rappresentano retribuzione maturata nel corso della vita lavorativa. Nel settore privato il TFR è accantonato e rivalutato; nel pubblico storico il TFS è finanziato a ripartizione e può essere liquidato con differimento pluriennale. La differenza non è nella natura del diritto, ma nel trattamento finanziario.

La questione diventa ancora più chiara se si considera la dimensione quantitativa. Ogni anno maturano miliardi di euro di TFS. Anche senza entrare in cifre ufficiali, l’ordine di grandezza è tale da incidere in modo non marginale sui conti pubblici. Il differimento consente di evitare picchi, ma a regime stabilizza un flusso di pagamenti che resta strutturalmente presente.

È qui che l’immagine del “naso di Pinocchio” diventa efficace: il debito non scompare, si allunga. Finché la misura è congiunturale, l’allungamento è temporaneo. Quando diventa permanente, si trasforma in una componente stabile del sistema.

La vera questione politica non è attribuire colpe a questo o a quel governo. È interrogarsi sul silenzio trasversale. Il TFS riguarda insegnanti, infermieri, funzionari, forze dell’ordine, magistrati, dirigenti. Non una categoria marginale, ma una parte significativa del servizio pubblico.

Eppure non esiste un dibattito pubblico strutturato su tre punti essenziali: l’ammontare complessivo dello stock maturato e non pagato; il costo di un eventuale riallineamento a una liquidazione più tempestiva; l’effetto redistributivo dell’erosione inflattiva sulle somme differite.

Non si tratta di fare polemica sterile. Si tratta di coerenza istituzionale. Se il TFS è salario differito, è un credito certo verso lo Stato. Se è un credito certo, dovrebbe essere trattato con la stessa trasparenza con cui si trattano altre obbligazioni pubbliche.

Una democrazia matura può decidere di diluire un pagamento per ragioni di equilibrio finanziario. Ma dovrebbe dirlo con chiarezza, mostrarne i numeri, discuterne apertamente. Il problema non è il costo in sé. Il problema è quando il costo diventa invisibile perché spostato nel tempo.

E ciò che è invisibile nei bilanci, prima o poi, riemerge nella realtà economica.