Il Trattamento
di Fine Servizio non è una concessione dello Stato. Non è un premio. Non è una
liberalità. È salario differito.
Eppure, nel
pubblico impiego, quel salario viene pagato con anni di ritardo e spesso in più
rate, senza un meccanismo di compensazione piena rispetto all’inflazione. La
misura nasce in un contesto drammatico — quello della crisi del debito sovrano
— ma ciò che colpisce non è tanto la sua origine quanto la sua permanenza.
Quando il
differimento del TFS viene introdotto sotto il governo Berlusconi, con il
ministro Tremonti, il Paese è nel pieno della tempesta finanziaria. I conti
pubblici sono sotto pressione, lo spread condiziona ogni decisione, la priorità
è evitare picchi di deficit e di fabbisogno. In quel contesto si può
comprendere la scelta: diluire nel tempo una spesa significativa per evitare
uno shock immediato sui conti.
Il governo
tecnico guidato da Monti consolida quell’impostazione. Anche qui, la
giustificazione è la stabilizzazione finanziaria.
Fin qui siamo
nell’emergenza.
Ma le
emergenze, per definizione, dovrebbero finire. Le misure nate per fronteggiarle
dovrebbero essere riesaminate, ridiscusse, eventualmente superate. Invece il
differimento del TFS è rimasto. Governi di centrodestra, governi tecnici,
governi di centrosinistra, esecutivi sostenuti dal Movimento 5 Stelle, fino
all’attuale governo Meloni: nessuno ha rimesso in discussione in modo
strutturale il meccanismo.
Quando una
misura sopravvive a maggioranze opposte e a stagioni politiche diverse, non è
più emergenziale. È diventata parte dell’architettura ordinaria della finanza
pubblica.
Il punto economico è semplice, quasi banale. Al momento del pensionamento l’INPS conosce con precisione l’importo complessivo del TFS maturato. Conosce il calendario delle rate. Conosce i tempi di liquidazione previsti dalla legge. Non siamo davanti a una grandezza incerta o stimata: è un credito determinato, con scadenze definite.
Ogni anno nuovi
dipendenti pubblici maturano il TFS. Ogni anno lo Stato paga rate relative a
pensionamenti precedenti. Il differimento non elimina il costo: lo distribuisce
nel tempo. Se si guarda alla dinamica a regime, il meccanismo genera uno stock
permanente di TFS maturati ma non ancora liquidati. Non è un’anomalia tecnica,
è una scelta strutturale.
E qui emerge un
elemento più delicato. Questo stock non appare come debito esplicito nel
momento in cui matura. Viene registrato quando viene pagato. Dal punto di vista
della contabilità pubblica è una gestione di cassa; dal punto di vista
economico è salario già guadagnato e non ancora liquidato.
Il paradosso è
evidente: se fosse un’impresa privata a pagare il trattamento di fine rapporto
con anni di ritardo, parleremmo di tensione finanziaria. Lo Stato può farlo
perché è legislatore e debitore insieme.
Si potrebbe
obiettare che il TFS e il TFR sono istituti diversi. È vero sul piano
giuridico. Ma entrambi rappresentano retribuzione maturata nel corso della vita
lavorativa. Nel settore privato il TFR è accantonato e rivalutato; nel pubblico
storico il TFS è finanziato a ripartizione e può essere liquidato con
differimento pluriennale. La differenza non è nella natura del diritto, ma nel
trattamento finanziario.
La questione
diventa ancora più chiara se si considera la dimensione quantitativa. Ogni anno
maturano miliardi di euro di TFS. Anche senza entrare in cifre ufficiali,
l’ordine di grandezza è tale da incidere in modo non marginale sui conti
pubblici. Il differimento consente di evitare picchi, ma a regime stabilizza un
flusso di pagamenti che resta strutturalmente presente.
È qui che
l’immagine del “naso di Pinocchio” diventa efficace: il debito non scompare, si
allunga. Finché la misura è congiunturale, l’allungamento è temporaneo. Quando
diventa permanente, si trasforma in una componente stabile del sistema.
La vera
questione politica non è attribuire colpe a questo o a quel governo. È
interrogarsi sul silenzio trasversale. Il TFS riguarda insegnanti, infermieri,
funzionari, forze dell’ordine, magistrati, dirigenti. Non una categoria
marginale, ma una parte significativa del servizio pubblico.
Eppure non
esiste un dibattito pubblico strutturato su tre punti essenziali: l’ammontare
complessivo dello stock maturato e non pagato; il costo di un eventuale
riallineamento a una liquidazione più tempestiva; l’effetto redistributivo
dell’erosione inflattiva sulle somme differite.
Non si tratta
di fare polemica sterile. Si tratta di coerenza istituzionale. Se il TFS è
salario differito, è un credito certo verso lo Stato. Se è un credito certo,
dovrebbe essere trattato con la stessa trasparenza con cui si trattano altre
obbligazioni pubbliche.
Una democrazia
matura può decidere di diluire un pagamento per ragioni di equilibrio
finanziario. Ma dovrebbe dirlo con chiarezza, mostrarne i numeri, discuterne
apertamente. Il problema non è il costo in sé. Il problema è quando il costo
diventa invisibile perché spostato nel tempo.
E ciò che è
invisibile nei bilanci, prima o poi, riemerge nella realtà economica.