Scrivo queste
considerazioni al mattino presto. Non ho ancora letto i giornali e non ho
seguito i dibattiti della sera precedente. Forse è un vantaggio: meno rumore,
più sostanza.
Il risultato
del referendum viene già interpretato come una vittoria politica. In realtà è
qualcosa di diverso: è l’ennesima certificazione di una malattia cronica del
Paese. Ha vinto il NO, ma hanno perso – ancora una volta – i politici del SI.
E, più in profondità, ha perso la politica nel suo complesso.
I sostenitori
del NO non hanno semplicemente difeso una posizione: si sono contati. È stata
una prova generale in vista delle prossime elezioni. Nulla di illegittimo, ma è
bene dirlo chiaramente: il referendum è stato usato come strumento di
posizionamento politico.
Il Presidente
del Consiglio, Giorgia Meloni, sostiene che si è persa un’occasione di
rinnovamento, ma che il governo andrà avanti. È una lettura comprensibile, ma
insufficiente. Il punto non è l’occasione mancata: il punto è che una parte
sempre più ampia del Paese non crede più che la politica sia in grado di
riformare se stessa.
Non è un fatto
nuovo. È un pattern.
Matteo Renzi ha
vinto con una forza elettorale rara nella storia recente. Ha provato a
modificare i meccanismi istituzionali e si è trovato di fronte non solo
un’opposizione politica, ma un rigetto personale. Il referendum sulla sua
riforma è diventato un referendum su di lui. E lo ha perso.
Mario Monti ha
incarnato la competenza tecnica nel momento più difficile della crisi del
debito sovrano. Ha contribuito a stabilizzare i conti pubblici, ma quando ha
tentato di trasformare quella legittimazione tecnica in consenso politico è
stato travolto. Perché, nel momento in cui è entrato nel gioco, è diventato
“uno dei politici”.
Mario Draghi ha
rappresentato l’ultima versione di questo schema: autorevolezza internazionale,
capacità decisionale, credibilità finanziaria. Eppure è stato rapidamente
logorato e infine espulso dal sistema politico non appena è apparso evidente
che il suo operato poteva ridisegnare equilibri consolidati.
La costante è
chiara: in Italia non si boccia solo ciò che viene proposto, ma soprattutto chi
lo propone.
In questo clima
si inserisce anche la figura di Nicola Gratteri. Non è un politico, ed è
proprio questo il punto. Un magistrato conosce perfettamente il principio di
separazione dei poteri: il Parlamento legifera, la magistratura applica. Quando
questo confine viene superato, anche solo sul piano comunicativo, si
contribuisce a quella stessa delegittimazione della politica che poi si
denuncia.
Il suo
intervento è stato efficace perché ha intercettato un sentimento diffuso, ormai
maggioritario: chi governa lo fa per interesse proprio, non per quello
collettivo. Da qui nasce un voto strutturalmente “contro”. È stato così per il
Movimento 5 Stelle, è stato così per Fratelli d’Italia, ed è così ancora oggi.
Il problema è
che un sistema fondato sul voto “contro” non produce mai un progetto stabile
“per”.
E i dati lo
confermano.
Negli ultimi
vent’anni l’Italia ha registrato una crescita media annua del PIL reale tra le
più basse dell’area euro, spesso inferiore all’1%. Dopo il rimbalzo
post-pandemico, la crescita si è nuovamente attestata su valori modesti
(intorno allo 0,7–1% negli ultimi dati disponibili). Gli investimenti in
ricerca e sviluppo restano stabilmente sotto la media europea (circa 1,4% del
PIL contro oltre il 2% dell’UE), mentre la spesa per istruzione è tra le più
basse dei principali paesi avanzati.
Sul piano
demografico, il quadro è ancora più critico: l’età media continua a crescere,
il tasso di natalità è tra i più bassi al mondo e il rapporto tra popolazione
attiva e pensionati si deteriora progressivamente. A questo si aggiunge una
gestione del fenomeno migratorio oscillante tra emergenza e assistenzialismo,
senza una strategia strutturale di integrazione economica e sociale.
Non si tratta
di dettagli tecnici. Sono i fondamentali di un Paese.
Eppure, su
questi temi, la politica fatica a costruire consenso. Perché ogni proposta
viene letta come uno strumento di potere di chi la propone. E quindi rifiutata.
Si crea così un
circuito perverso: la sfiducia genera voto di protesta; il voto di protesta
impedisce riforme strutturali; l’assenza di riforme alimenta ulteriore
sfiducia.
Il referendum
si inserisce perfettamente in questo schema.
Per questo la
vera notizia non è la vittoria del NO. È l’ennesima sconfitta della politica
che prova – male o bene – a proporre un cambiamento.
Chiudo tornando
a Gratteri. Se davvero dovesse cedere alla tentazione di una candidatura
politica, non farebbe altro che confermare la regola: in Italia nessuno resta
fuori dalla politica abbastanza a lungo da poterne criticare i limiti con piena
credibilità, dimostrerebbe di non saper esercitare il suo ruolo — eticamente
imprescindibile — di terzietà e il suo volto di oggi sarebbe solo una maschera.
E allora il
problema non è più chi vince o chi perde un referendum.
Il problema è
che, mentre ci si conta, il Paese resta fermo.
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