Ci sono molti aggettivi – non sempre lusinghieri – per definire la personalità di Donald Trump. Lascio al lettore la scelta. Tuttavia, un dato è difficilmente contestabile: per riuscire a farsi eleggere per la seconda volta è stato furbo come una volpe. Essere furbi, però, non coincide necessariamente con l’essere intelligenti nel senso strategico e sistemico del termine.
Con il suo marcato egocentrismo, Trump ha saputo catalizzare attorno a sé un consenso costruito su slogan semplici e potenti. Il motto “MAGA” – Make America Great Again – ha intercettato sentimenti diffusi di insoddisfazione. Ma gli Stati Uniti, dal punto di vista economico, non sono affatto un Paese in declino: il deficit della bilancia commerciale di beni e servizi negli USA continua a evidenziare un saldo negativo significativo, pari a decine di miliardi di dollari mensili negli ultimi mesi del 2025 (ad esempio circa −56,8 mld $ in novembre e −29,4 mld $ in ottobre) . Nel lungo periodo, la bilancia commerciale complessiva – includendo beni e servizi – ha registrato un deficit di quasi 926 miliardi $ nel 2024, confermando un disavanzo strutturale nelle relazioni commerciali con il resto del mondo .
Queste cifre sono rivelatrici: da un lato gli Stati Uniti esportano beni e soprattutto servizi con successo, dall’altro importano molto più di quanto esportino in termini di beni materiali, creando un saldo commerciale negativo che persiste da decenni .
Sul fronte della bilancia dei pagamenti, la situazione non è meno squilibrata. La bilancia dei pagamenti statunitense – che incorpora scambi commerciali, flussi di redditi e movimenti di capitale – continua a mostrare un deficit consistente dell’ordine di oltre un trilione di dollari nel 2024, secondo i dati della Banca Mondiale . Questo significa che la nazione attrae più capitali dall’estero (per investimenti, debito e reinvestimenti) di quanti ne esporti in termini complessivi di reddito e beni, riflettendo una dipendenza cronica da capitali stranieri e una persistente asimmetria nello scambio internazionale.
In questo contesto Trump ha saputo parlare alla “pancia” di una parte dell’elettorato: vi renderò più ricchi, non ci faremo più sfruttare, fermerò la concorrenza sleale dei lavoratori stranieri entrati illegalmente. Una strategia comunicativa efficace, ma non sufficiente. Per governare occorre anche l’appoggio della componente economico-finanziaria.
Come già osservato in un mio post precedente, Trump ha dato spazio a economisti di orientamento mercantilista che propongono una politica economica fondata su obiettivi quali:
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Riduzione del disavanzo della bilancia commerciale attraverso dazi e barriere;
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Miglioramento del saldo della bilancia dei pagamenti, attirando capitali esteri;
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Riorganizzazione dell’apparato amministrativo per ridurre i costi della gestione pubblica.
Tali obiettivi si perseguono aumentando le imposte alle importazioni, favorendo la redditività degli investimenti con tagli fiscali per le imprese e comprimendo la spesa pubblica corrente. Si tratta di strumenti tipici di una visione economica nazionalista e protezionistica: se le imprese producono di più in patria e gli investitori esteri continuano ad affluire, la crescita interna dovrebbe rafforzarsi.
Tuttavia, un programma così ambizioso richiede un significativo disimpegno dai fronti esterni per concentrare risorse sulla politica interna. Ed è qui che la differenza tra furbizia tattica e intelligenza strategica appare cruciale.
Gli Stati Uniti restano la prima potenza economica e militare mondiale. Trump ha probabilmente ritenuto che tali primati fossero sufficienti per imporre condizioni ai partner internazionali: usare la forza quando necessario, offrire incentivi economici quando conveniente, “comprare” stabilità per potersi poi disimpegnare. Ma il mondo non è più quello della contrapposizione bipolare tra USA e URSS: si è affermato un sistema multipolare in cui attori come Cina, Unione Europea e nuove potenze regionali cercano di ridefinire i rapporti di forza.
In questo scenario Trump è diventato, forse suo malgrado, il fulcro di un possibile cambiamento: la porta può aprirsi verso una nuova redistribuzione equilibrata dei rapporti internazionali o, al contrario, verso un periodo di instabilità profonda.
Esiste anche una terza possibilità: che la sua leadership venga logorata dall’interno, qualora coloro che lo hanno sostenuto ritengano insostenibili i costi economici e politici delle sue scelte.
Il punto più fragile resta la gestione dei conflitti – ad esempio quello russo-ucraino – che non possono essere risolti con semplici incentivi economici, ma richiedono una comprensione profonda delle dinamiche geopolitiche in gioco.
La componente geopolitica è diventata centrale, forse predominante, nella strategia trumpiana. Ma mentre sul piano interno il potere decisionale può essere relativamente concentrato, sulla scena internazionale ogni mossa incontra resistenze, equilibri e contropesi.
In conclusione, la personalità del presidente resta un fattore di rischio: un gesto impulsivo potrebbe avere conseguenze difficilmente prevedibili. Al contrario, un arretramento strategico verrebbe percepito come debolezza, con ripercussioni negative sulla fiducia degli investitori. Chi, infatti, investirebbe in un Paese percepito come politicamente instabile?
Probabilmente saremo testimoni di anni di profondi cambiamenti.
La speranza è che prevalga la razionalità sulle improvvisazioni.
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