sabato, febbraio 14, 2026

Quel “volpone” di Trump

Ci sono molti aggettivi – non sempre lusinghieri – per definire la personalità di Donald Trump. Lascio al lettore la scelta. Tuttavia, un dato è difficilmente contestabile: per riuscire a farsi eleggere per la seconda volta è stato furbo come una volpe. Essere furbi, però, non coincide necessariamente con l’essere intelligenti nel senso strategico e sistemico del termine.

Con il suo marcato egocentrismo, Trump ha saputo catalizzare attorno a sé un consenso costruito su slogan semplici e potenti. Il motto “MAGA” – Make America Great Again – ha intercettato sentimenti diffusi di insoddisfazione. Ma gli Stati Uniti, dal punto di vista economico, non sono affatto un Paese in declino: il deficit della bilancia commerciale di beni e servizi negli USA continua a evidenziare un saldo negativo significativo, pari a decine di miliardi di dollari mensili negli ultimi mesi del 2025 (ad esempio circa −56,8 mld $ in novembre e −29,4 mld $ in ottobre) . Nel lungo periodo, la bilancia commerciale complessiva – includendo beni e servizi – ha registrato un deficit di quasi 926 miliardi $ nel 2024, confermando un disavanzo strutturale nelle relazioni commerciali con il resto del mondo .

Queste cifre sono rivelatrici: da un lato gli Stati Uniti esportano beni e soprattutto servizi con successo, dall’altro importano molto più di quanto esportino in termini di beni materiali, creando un saldo commerciale negativo che persiste da decenni .

Sul fronte della bilancia dei pagamenti, la situazione non è meno squilibrata. La bilancia dei pagamenti statunitense – che incorpora scambi commerciali, flussi di redditi e movimenti di capitale – continua a mostrare un deficit consistente dell’ordine di oltre un trilione di dollari nel 2024, secondo i dati della Banca Mondiale . Questo significa che la nazione attrae più capitali dall’estero (per investimenti, debito e reinvestimenti) di quanti ne esporti in termini complessivi di reddito e beni, riflettendo una dipendenza cronica da capitali stranieri e una persistente asimmetria nello scambio internazionale.

In questo contesto Trump ha saputo parlare alla “pancia” di una parte dell’elettorato: vi renderò più ricchi, non ci faremo più sfruttare, fermerò la concorrenza sleale dei lavoratori stranieri entrati illegalmente. Una strategia comunicativa efficace, ma non sufficiente. Per governare occorre anche l’appoggio della componente economico-finanziaria.

Come già osservato in un mio post precedente, Trump ha dato spazio a economisti di orientamento mercantilista che propongono una politica economica fondata su obiettivi quali:

  1. Riduzione del disavanzo della bilancia commerciale attraverso dazi e barriere;

  2. Miglioramento del saldo della bilancia dei pagamenti, attirando capitali esteri;

  3. Riorganizzazione dell’apparato amministrativo per ridurre i costi della gestione pubblica.

Tali obiettivi si perseguono aumentando le imposte alle importazioni, favorendo la redditività degli investimenti con tagli fiscali per le imprese e comprimendo la spesa pubblica corrente. Si tratta di strumenti tipici di una visione economica nazionalista e protezionistica: se le imprese producono di più in patria e gli investitori esteri continuano ad affluire, la crescita interna dovrebbe rafforzarsi.

Tuttavia, un programma così ambizioso richiede un significativo disimpegno dai fronti esterni per concentrare risorse sulla politica interna. Ed è qui che la differenza tra furbizia tattica e intelligenza strategica appare cruciale.

Gli Stati Uniti restano la prima potenza economica e militare mondiale. Trump ha probabilmente ritenuto che tali primati fossero sufficienti per imporre condizioni ai partner internazionali: usare la forza quando necessario, offrire incentivi economici quando conveniente, “comprare” stabilità per potersi poi disimpegnare. Ma il mondo non è più quello della contrapposizione bipolare tra USA e URSS: si è affermato un sistema multipolare in cui attori come Cina, Unione Europea e nuove potenze regionali cercano di ridefinire i rapporti di forza.

In questo scenario Trump è diventato, forse suo malgrado, il fulcro di un possibile cambiamento: la porta può aprirsi verso una nuova redistribuzione equilibrata dei rapporti internazionali o, al contrario, verso un periodo di instabilità profonda.

Esiste anche una terza possibilità: che la sua leadership venga logorata dall’interno, qualora coloro che lo hanno sostenuto ritengano insostenibili i costi economici e politici delle sue scelte.

Il punto più fragile resta la gestione dei conflitti – ad esempio quello russo-ucraino – che non possono essere risolti con semplici incentivi economici, ma richiedono una comprensione profonda delle dinamiche geopolitiche in gioco.

La componente geopolitica è diventata centrale, forse predominante, nella strategia trumpiana. Ma mentre sul piano interno il potere decisionale può essere relativamente concentrato, sulla scena internazionale ogni mossa incontra resistenze, equilibri e contropesi.

In conclusione, la personalità del presidente resta un fattore di rischio: un gesto impulsivo potrebbe avere conseguenze difficilmente prevedibili. Al contrario, un arretramento strategico verrebbe percepito come debolezza, con ripercussioni negative sulla fiducia degli investitori. Chi, infatti, investirebbe in un Paese percepito come politicamente instabile?

Probabilmente saremo testimoni di anni di profondi cambiamenti.
La speranza è che prevalga la razionalità sulle improvvisazioni.

That “Cunning Fox” Trump

There are many adjectives—often unflattering—used to describe Donald Trump’s personality. I leave the choice to the reader. One point, however, is difficult to deny: to have been elected a second time, he displayed undeniable tactical skill. He was cunning like a fox. Yet being cunning does not necessarily mean being intelligent in the strategic and systemic sense.

With his marked egocentrism, Trump managed to galvanize support around simple but powerful slogans. The motto “MAGA” – Make America Great Again – captured a widespread sense of dissatisfaction. From a strictly economic standpoint, however, the United States is not a country in decline.

That said, structural imbalances remain evident.

The U.S. trade balance in goods and services continues to show a persistent deficit. In 2024 the overall trade deficit approached 926 billion dollars, confirming a long-standing structural imbalance in trade relations with the rest of the world. Monthly data in late 2025 still show significant negative figures, with deficits measured in tens of billions of dollars. The United States exports highly competitive services, yet imports substantially more goods than it exports, generating a chronic trade gap.

The current account balance—within the broader balance of payments—also reflects this imbalance. The United States continues to record a sizeable current account deficit, exceeding one trillion dollars in 2024. In practical terms, this means the country absorbs more foreign capital—through debt, portfolio investment, and direct investment—than it exports in goods, services, and income flows. The American economy remains attractive to global capital, but structurally dependent on it.

In this context, Trump spoke effectively to the “gut instinct” of a dissatisfied segment of the electorate: I will make you richer; we will no longer be exploited; I will stop unfair competition from illegal foreign workers. It was an effective communication strategy—but governing requires more than rhetoric. It requires the support of financial and economic power structures.

As previously noted, Trump gave voice to economists with a distinctly mercantilist orientation, advocating an economic strategy built around three core objectives:

  1. Reducing the trade deficit through tariffs and protectionist measures;

  2. Improving the balance of payments by attracting capital inflows;

  3. Reorganizing the administrative apparatus to reduce public spending and contain welfare costs.

The policy instruments are familiar: raising or introducing new tariffs, strengthening domestic profitability through tax cuts for corporations, and streamlining bureaucracy to reduce fiscal burdens. It is a nationalistic and protectionist economic vision: produce more domestically, attract foreign capital, and reinforce internal growth.

However, such an ambitious domestic agenda requires a key precondition: the ability to disengage from external commitments and concentrate political and financial resources at home. And here the distinction between tactical cunning and strategic intelligence becomes decisive.

The United States remains the world’s leading economic and military power. Trump may have assumed that these primacies were sufficient to impose conditions internationally—using force when necessary, offering financial incentives when convenient, “buying” stability in order to disengage. But the world is no longer structured around the rigid bipolar balance between the United States and the Soviet Union. It is now multipolar, with actors such as China, the European Union, and emerging regional powers seeking to redefine global balances.

In this evolving system, Trump has become—perhaps inadvertently—the pivot of a historical door that may open in two opposite directions: toward a more balanced redistribution of international power, or toward deeper instability.

A third possibility also exists: that his leadership could erode from within if those who supported him judge the economic and political costs of his strategy too high.

The most fragile point remains the management of geopolitical conflicts—such as the Russian-Ukrainian war—which cannot be resolved solely through economic incentives. Wars involve identity, memory, and strategic positioning that go far beyond transactional calculations.

Geopolitics has thus become central—perhaps predominant—in Trump’s broader strategy. While domestic power can be exercised with relative concentration, international action is constrained by counterbalances, alliances, and competing interests.

In conclusion, the president’s personality remains a variable of uncertainty. An impulsive decision could produce unpredictable consequences. Conversely, a strategic retreat might be perceived as weakness, undermining investor confidence.

After all, who invests in a country perceived as politically unstable?

We are likely to witness years of profound transformation.
One can only hope that rational calculation prevails over improvisation.