sabato, febbraio 14, 2026

Quel “volpone” di Trump

Ci sono molti aggettivi – non sempre lusinghieri – per definire la personalità di Donald Trump. Lascio al lettore la scelta. Tuttavia, un dato è difficilmente contestabile: per riuscire a farsi eleggere per la seconda volta è stato furbo come una volpe. Essere furbi, però, non coincide necessariamente con l’essere intelligenti nel senso strategico e sistemico del termine.

Con il suo marcato egocentrismo, Trump ha saputo catalizzare attorno a sé un consenso costruito su slogan semplici e potenti. Il motto “MAGA” – Make America Great Again – ha intercettato sentimenti diffusi di insoddisfazione. Ma gli Stati Uniti, dal punto di vista economico, non sono affatto un Paese in declino: il deficit della bilancia commerciale di beni e servizi negli USA continua a evidenziare un saldo negativo significativo, pari a decine di miliardi di dollari mensili negli ultimi mesi del 2025 (ad esempio circa −56,8 mld $ in novembre e −29,4 mld $ in ottobre) . Nel lungo periodo, la bilancia commerciale complessiva – includendo beni e servizi – ha registrato un deficit di quasi 926 miliardi $ nel 2024, confermando un disavanzo strutturale nelle relazioni commerciali con il resto del mondo .

Queste cifre sono rivelatrici: da un lato gli Stati Uniti esportano beni e soprattutto servizi con successo, dall’altro importano molto più di quanto esportino in termini di beni materiali, creando un saldo commerciale negativo che persiste da decenni .

Sul fronte della bilancia dei pagamenti, la situazione non è meno squilibrata. La bilancia dei pagamenti statunitense – che incorpora scambi commerciali, flussi di redditi e movimenti di capitale – continua a mostrare un deficit consistente dell’ordine di oltre un trilione di dollari nel 2024, secondo i dati della Banca Mondiale . Questo significa che la nazione attrae più capitali dall’estero (per investimenti, debito e reinvestimenti) di quanti ne esporti in termini complessivi di reddito e beni, riflettendo una dipendenza cronica da capitali stranieri e una persistente asimmetria nello scambio internazionale.

In questo contesto Trump ha saputo parlare alla “pancia” di una parte dell’elettorato: vi renderò più ricchi, non ci faremo più sfruttare, fermerò la concorrenza sleale dei lavoratori stranieri entrati illegalmente. Una strategia comunicativa efficace, ma non sufficiente. Per governare occorre anche l’appoggio della componente economico-finanziaria.

Come già osservato in un mio post precedente, Trump ha dato spazio a economisti di orientamento mercantilista che propongono una politica economica fondata su obiettivi quali:

  1. Riduzione del disavanzo della bilancia commerciale attraverso dazi e barriere;

  2. Miglioramento del saldo della bilancia dei pagamenti, attirando capitali esteri;

  3. Riorganizzazione dell’apparato amministrativo per ridurre i costi della gestione pubblica.

Tali obiettivi si perseguono aumentando le imposte alle importazioni, favorendo la redditività degli investimenti con tagli fiscali per le imprese e comprimendo la spesa pubblica corrente. Si tratta di strumenti tipici di una visione economica nazionalista e protezionistica: se le imprese producono di più in patria e gli investitori esteri continuano ad affluire, la crescita interna dovrebbe rafforzarsi.

Tuttavia, un programma così ambizioso richiede un significativo disimpegno dai fronti esterni per concentrare risorse sulla politica interna. Ed è qui che la differenza tra furbizia tattica e intelligenza strategica appare cruciale.

Gli Stati Uniti restano la prima potenza economica e militare mondiale. Trump ha probabilmente ritenuto che tali primati fossero sufficienti per imporre condizioni ai partner internazionali: usare la forza quando necessario, offrire incentivi economici quando conveniente, “comprare” stabilità per potersi poi disimpegnare. Ma il mondo non è più quello della contrapposizione bipolare tra USA e URSS: si è affermato un sistema multipolare in cui attori come Cina, Unione Europea e nuove potenze regionali cercano di ridefinire i rapporti di forza.

In questo scenario Trump è diventato, forse suo malgrado, il fulcro di un possibile cambiamento: la porta può aprirsi verso una nuova redistribuzione equilibrata dei rapporti internazionali o, al contrario, verso un periodo di instabilità profonda.

Esiste anche una terza possibilità: che la sua leadership venga logorata dall’interno, qualora coloro che lo hanno sostenuto ritengano insostenibili i costi economici e politici delle sue scelte.

Il punto più fragile resta la gestione dei conflitti – ad esempio quello russo-ucraino – che non possono essere risolti con semplici incentivi economici, ma richiedono una comprensione profonda delle dinamiche geopolitiche in gioco.

La componente geopolitica è diventata centrale, forse predominante, nella strategia trumpiana. Ma mentre sul piano interno il potere decisionale può essere relativamente concentrato, sulla scena internazionale ogni mossa incontra resistenze, equilibri e contropesi.

In conclusione, la personalità del presidente resta un fattore di rischio: un gesto impulsivo potrebbe avere conseguenze difficilmente prevedibili. Al contrario, un arretramento strategico verrebbe percepito come debolezza, con ripercussioni negative sulla fiducia degli investitori. Chi, infatti, investirebbe in un Paese percepito come politicamente instabile?

Probabilmente saremo testimoni di anni di profondi cambiamenti.
La speranza è che prevalga la razionalità sulle improvvisazioni.

That “Cunning Fox” Trump

There are many adjectives—often unflattering—used to describe Donald Trump’s personality. I leave the choice to the reader. One point, however, is difficult to deny: to have been elected a second time, he displayed undeniable tactical skill. He was cunning like a fox. Yet being cunning does not necessarily mean being intelligent in the strategic and systemic sense.

With his marked egocentrism, Trump managed to galvanize support around simple but powerful slogans. The motto “MAGA” – Make America Great Again – captured a widespread sense of dissatisfaction. From a strictly economic standpoint, however, the United States is not a country in decline.

That said, structural imbalances remain evident.

The U.S. trade balance in goods and services continues to show a persistent deficit. In 2024 the overall trade deficit approached 926 billion dollars, confirming a long-standing structural imbalance in trade relations with the rest of the world. Monthly data in late 2025 still show significant negative figures, with deficits measured in tens of billions of dollars. The United States exports highly competitive services, yet imports substantially more goods than it exports, generating a chronic trade gap.

The current account balance—within the broader balance of payments—also reflects this imbalance. The United States continues to record a sizeable current account deficit, exceeding one trillion dollars in 2024. In practical terms, this means the country absorbs more foreign capital—through debt, portfolio investment, and direct investment—than it exports in goods, services, and income flows. The American economy remains attractive to global capital, but structurally dependent on it.

In this context, Trump spoke effectively to the “gut instinct” of a dissatisfied segment of the electorate: I will make you richer; we will no longer be exploited; I will stop unfair competition from illegal foreign workers. It was an effective communication strategy—but governing requires more than rhetoric. It requires the support of financial and economic power structures.

As previously noted, Trump gave voice to economists with a distinctly mercantilist orientation, advocating an economic strategy built around three core objectives:

  1. Reducing the trade deficit through tariffs and protectionist measures;

  2. Improving the balance of payments by attracting capital inflows;

  3. Reorganizing the administrative apparatus to reduce public spending and contain welfare costs.

The policy instruments are familiar: raising or introducing new tariffs, strengthening domestic profitability through tax cuts for corporations, and streamlining bureaucracy to reduce fiscal burdens. It is a nationalistic and protectionist economic vision: produce more domestically, attract foreign capital, and reinforce internal growth.

However, such an ambitious domestic agenda requires a key precondition: the ability to disengage from external commitments and concentrate political and financial resources at home. And here the distinction between tactical cunning and strategic intelligence becomes decisive.

The United States remains the world’s leading economic and military power. Trump may have assumed that these primacies were sufficient to impose conditions internationally—using force when necessary, offering financial incentives when convenient, “buying” stability in order to disengage. But the world is no longer structured around the rigid bipolar balance between the United States and the Soviet Union. It is now multipolar, with actors such as China, the European Union, and emerging regional powers seeking to redefine global balances.

In this evolving system, Trump has become—perhaps inadvertently—the pivot of a historical door that may open in two opposite directions: toward a more balanced redistribution of international power, or toward deeper instability.

A third possibility also exists: that his leadership could erode from within if those who supported him judge the economic and political costs of his strategy too high.

The most fragile point remains the management of geopolitical conflicts—such as the Russian-Ukrainian war—which cannot be resolved solely through economic incentives. Wars involve identity, memory, and strategic positioning that go far beyond transactional calculations.

Geopolitics has thus become central—perhaps predominant—in Trump’s broader strategy. While domestic power can be exercised with relative concentration, international action is constrained by counterbalances, alliances, and competing interests.

In conclusion, the president’s personality remains a variable of uncertainty. An impulsive decision could produce unpredictable consequences. Conversely, a strategic retreat might be perceived as weakness, undermining investor confidence.

After all, who invests in a country perceived as politically unstable?

We are likely to witness years of profound transformation.
One can only hope that rational calculation prevails over improvisation.

sabato, gennaio 31, 2026

Donald Trump: Dictator-President, Absolutist, a Modern Sun King? Perhaps.

 Donald Trump accomplishes something remarkable every single day: he compels the world to focus on him. It does not matter what he says or does — what matters is that people talk about it. This is a modern form of power: saturating the public space, personalizing every issue, turning politics into a permanent stage.

I listened to his speech at the World Economic Forum in Davos. Had he not been the President of the United States, some might have considered the performance unbalanced. Not so much because of the substance — controversial yet legitimate — but because of the tone. Addressing the President of the Swiss Confederation simply as “the lady,” without acknowledging her office or name, is not a trivial slip. It reflects a particular view of authority: power that does not instinctively recognize other powers as equals.

For some time, I have had the impression that Trump looks more to the seventeenth century than to the twenty-first. His model is neither liberal nor multilateral; it is mercantilist. It echoes Jean-Baptiste Colbert, finance minister to Louis XIV — the Sun King.

The pattern is clear:

  • High tariffs on imported goods with significant added value.

  • Selective openness to raw materials useful to domestic industry.

  • Protection and promotion of favored national champions.

  • A declared war on bureaucracy that often results in greater centralization of control.

  • Strengthening of executive power and marginalization of intermediary institutions.

  • Persistent pressure on allies and rivals alike to redefine spheres of influence.

Louis XIV pursued such a strategy with short-term success. The royal treasury grew. France’s power expanded. State-sponsored monopolies flourished. Yet the system generated deep structural imbalances: wealth concentrated at the top, mounting social strain below.

History does not repeat itself — but certain dynamics do.

Trump may well succeed, at least temporarily, in restructuring American power. He may reshore industries, impose tariffs, and coerce trading partners. But if the gains remain concentrated among oligarchs and major corporate actors, the social cost will eventually surface.

In the seventeenth and eighteenth centuries, it took generations for accumulated tensions to erupt. Today, systemic reactions unfold far more rapidly. Economic cycles, financial markets, and digital communication compress time.

Aspiring to be the “Sun King” of the twenty-first century may be rhetorically appealing.
But the sun, when it burns too intensely, consumes what it is meant to illuminate.

An old warning still applies:
those who rise too high risk falling with equal force.

History is not a museum. It is a caution.

venerdì, gennaio 30, 2026

Donald Trump: presidente-dittatore, assolutista, Re Sole? Mah…

Donald Trump riesce in un’impresa quotidiana: costringere il mondo ad occuparsi di lui. Non importa cosa dica o faccia — conta che se ne parli. È una forma moderna di potere: saturare lo spazio pubblico, personalizzare ogni dinamica, trasformare la politica in palcoscenico permanente.

Ho ascoltato il suo intervento al Forum di Davos. Se non fosse il presidente degli Stati Uniti, qualcuno avrebbe pensato a un leader fuori controllo. Non tanto per i contenuti — discutibili ma legittimi — quanto per il tono. Rivolgersi alla Presidente della Confederazione Elvetica come “la signora”, senza citarne carica o nome, non è una distrazione. È una concezione del potere. Il potere che non riconosce altri poteri pari al proprio.

Da tempo ho l’impressione che Trump guardi più al XVII secolo che al XXI. Il suo modello non è liberale, non è multilaterale: è mercantilista. È Colbert, ministro del Re Sole.

Il disegno è chiaro:

  1. Dazi pesanti sui beni ad alto valore aggiunto prodotti all’estero.

  2. Apertura selettiva alle materie prime utili all’industria nazionale.

  3. Protezione e incentivazione di grandi gruppi industriali “amici”.

  4. Apparente guerra alla burocrazia, in realtà ri-centralizzazione del controllo.

  5. Rafforzamento del potere esecutivo e marginalizzazione dei corpi intermedi.

  6. Pressione costante su alleati e rivali per ridefinire aree di influenza.

Luigi XIV lo fece con successo nel breve periodo. Le casse del re si riempirono. La Francia divenne potente. I monopoli prosperarono. Ma il sistema produsse squilibri enormi: ricchezza concentrata in alto, tensioni sociali in basso.

La storia non si ripete — ma certe dinamiche sì.

Trump può anche riuscire a ristrutturare la potenza americana nel breve periodo. Può riportare industrie, imporre dazi, intimidire partner commerciali. Ma se il beneficio resta confinato a oligarchi e grandi gruppi, il costo sociale prima o poi si presenta.

Nel Seicento ci vollero centocinquant’anni perché l’accumulo di tensioni esplodesse. Oggi non servono generazioni. Servono pochi cicli economici.

Ambire a essere il “Re Sole” del XXI secolo è suggestivo.
Ma il Sole, quando brucia troppo, consuma anche ciò che dovrebbe illuminare.

E resta valido l’antico monito:
chi troppo in alto sale, precipitevolissimevolmente cade.

La storia non è un museo. È un avvertimento.

venerdì, gennaio 09, 2026

Perché voterò SÌ al referendum costituzionale sulla giustizia

La sera dell’8 gennaio 2026 ho seguito la trasmissione Otto e Mezzo, condotta da Lilli Gruber, con ospiti Beppe Severgnini, Lina Palmerini e Marco Travaglio.

Il confronto sul referendum costituzionale mi ha colpito non tanto per le posizioni espresse — legittime — quanto per alcune affermazioni date per scontate, ma che a mio avviso meritano di essere seriamente rimesse in discussione. Potete sentire il programma al link

https://www.la7.it/otto-e-mezzo/podcast/otto-e-mezzo-08-01-2026-627298

Percorsi identici ≠ ruoli identici

Marco Travaglio ha sostenuto che il fatto che magistrati inquirenti e giudicanti condividano lo stesso percorso formativo rappresenti una garanzia di imparzialità e di ricerca della verità.
Questa affermazione contiene, a mio avviso, un salto logico.

I due ruoli non sono semplicemente “diverse funzioni” dello stesso mestiere: sono funzioni strutturalmente opposte.

  • Il magistrato inquirente ha il compito di costruire un’ipotesi accusatoria, raccogliere prove, coordinare indagini, interagire con forze di polizia e consulenti tecnici. È, di fatto, un investigatore istituzionale.
  • Il magistrato giudicante deve invece valutare in modo terzo e imparziale il confronto tra accusa e difesa, stabilendo una verità processuale, non una verità assoluta.

Pretendere che la stessa formazione garantisca automaticamente l’imparzialità significa confondere l’omogeneità formativa con la neutralità del giudizio. In nessun altro ambito complesso (medicina, ingegneria, economia) si assume che ruoli così diversi possano essere svolti al meglio con un’identica specializzazione.

Non è una critica personale ai magistrati, ma una critica sistemica.

La terzietà non è solo una virtù morale, è una condizione strutturale

Ancora più problematica è stata l’idea, sostenuta da Beppe Severgnini, secondo cui rapporti amicali o professionali tra magistrati inquirenti e giudicanti sarebbero “naturali”, anche al di fuori del processo. Una posizione minimizzata anche da Renata Polverini.

Qui non siamo di fronte a un dettaglio marginale, ma a un nodo centrale dello Stato di diritto.

La terzietà del giudice non può basarsi sulla sola correttezza individuale. Deve poggiare su assetti istituzionali che evitino, per definizione, commistioni e ambiguità.
In qualunque altro settore pubblico, rapporti personali strutturali tra chi accusa e chi decide verrebbero considerati quantomeno inopportuni.

Dire che “è naturale” equivale ad accettare che il sistema si fondi sulla fiducia reciproca tra operatori, anziché su regole che garantiscano l’equidistanza anche agli occhi dei cittadini.

La separazione delle carriere come riforma di razionalità, non di sfiducia

Votare non significa “sfiduciare la magistratura”, ma riconoscere che:

  • funzioni diverse richiedono competenze diverse;
  • la giustizia non deve solo essere imparziale, ma apparire imparziale;
  • l’assetto attuale espone il sistema a un conflitto strutturale, indipendente dalla buona fede dei singoli.

La separazione delle carriere consentirebbe:

  • percorsi formativi realmente coerenti con i ruoli;
  • una maggiore qualità sia dell’azione investigativa sia del giudizio;
  • una riduzione delle ambiguità che oggi minano la fiducia dei cittadini.

Alcuni casi giudiziari molto noti, come quello di Garlasco, mostrano quanto il rischio di una costruzione accusatoria fragile possa produrre effetti devastanti e duraturi.

Un primo passo, non una riforma salvifica

Sarebbe ingenuo pensare che questa riforma risolva tutti i problemi della giustizia italiana:

  • i tempi eccessivi dei processi,
  • l’incertezza della pena,
  • le difficoltà nell’esecuzione delle condanne.

Ma proprio perché non è una riforma miracolistica, rappresenta un passo credibile.
Un passo verso un sistema più coerente, più leggibile e, soprattutto, più rispettoso del principio costituzionale della terzietà del giudice.

Per queste ragioni voterò .
Non per ideologia, ma per razionalità istituzionale.

lunedì, agosto 25, 2025

Curiosità statistiche sull'agricoltura

Nel riordinare i libri della biblioteca della Società Agraria di Reggio Emilia, fondata nel 1806 e di cui sono presidente pro-tempore, è riemerso un documento di particolare interesse: il Bollettino dei consumi n. 3 del 23 novembre 1916, edito dal Ministero per l’Agricoltura – Servizio temporaneo degli approvvigionamenti.

Si trattava di una pubblicazione quindicinale, pensata in tempo di guerra per informare i consumatori sull’andamento dei prezzi delle derrate alimentari e per promuovere, nello stesso tempo, consumi più consapevoli e sobri.

Tra le notizie contenute in quel numero, una merita di essere ricordata: a p. 6-7 vengono riportate le produzioni mondiali di frumento e mais, con il dettaglio di alcuni Paesi, relative al 1915. Questi dati sono stati messi a confronto con quelli più recenti del 2023 forniti dal dataset FAO.

Tabella 1 – Produzione mondiale di frumento e mais e popolazione (1915 vs 2023)

 

Frumento - anni

Mais - anni

Popolazione - anni

1915

2023

1915

2023

1915

2023

Mondo

          119.177.100

        798.975.306

        98.714.000

        1.241.557.811

        1.450.000.000

        8.091.734.434

Italia

               4.641.400

            6.894.470

          3.094.500

                5.348.700

              36.500.000

              59.499.453

Francia

               6.985.100

          35.995.570

              572.000

              12.834.600

              39.600.000

              66.438.822

USA

            27.529.100

          49.313.930

        77.588.200

           389.694.460

           100.500.000

           343.477.335

Canada

            10.241.500

          31.954.115

              365.000

              15.075.930

                8.000.000

              39.299.105

Fonti: produzione 1915, Bollettino dei consumi; produzione 2023, FAO FAOSTAT.

Tabella 2 – Rapporto di crescita 2023/1915

 

Rapporto 2023/1915

Frumento

Mais

Popolazione

Mondo

6,7

12,6

5,6

Italia

1,5

1,7

1,6

Francia

5,2

22,4

1,7

USA

1,8

5,0

3,4

Canada

3,1

41,3

4,9


Considerazioni

Nel periodo 1915-2023 (108 anni) la popolazione mondiale è cresciuta di 5,6 volte. Tuttavia, mentre in Italia l’aumento è stato solo di 1,6 volte e in Francia di 1,7 volte, il Canada ha seguito un andamento molto più vicino a quello globale (+4,9 volte).

La produzione mondiale di frumento ha registrato un incremento di 6,7 volte, quindi in linea con l’aumento demografico, a testimonianza della centralità di questo cereale nell’alimentazione umana. Diverso il caso del mais, la cui produzione è cresciuta di 12,6 volte: un incremento ben superiore al fabbisogno diretto della popolazione, che riflette l’impiego crescente del mais come alimento per animali monogastrici (suini e polli) e, più recentemente, anche come materia prima per usi industriali ed energetici.

In Italia i tre rapporti (frumento, mais, popolazione) risultano sorprendentemente simili: ciò conferma come le produzioni agricole nazionali siano fortemente condizionate dai vincoli naturali e dalla limitata espansione delle superfici disponibili. Qui l’aumento della produttività per ettaro (oggi circa quattro volte quella del 1915) ha permesso di ridurre le superfici coltivate a frumento, con effetti di contenimento anche sull’impatto ambientale.

In Francia, la produzione di mais è cresciuta oltre 22 volte rispetto al 1915, mentre negli USA l’espansione, pur notevole (+5 volte), è stata più moderata. Il Canada è il caso più eclatante: la produzione di mais è aumentata di oltre 40 volte, un dato che rispecchia lo sviluppo agricolo e l’ampliamento delle superfici coltivabili in un contesto di crescita demografica significativa.

Conclusioni

Il confronto storico suggerisce che il nostro pianeta è in grado di sostenere una popolazione di 10 miliardi di persone, a condizione di:

  • mantenere un costante impegno per l’innovazione tecnologica, unica leva capace di assicurare produzioni agricole sia quantitative che qualitative;
  • migliorare la gestione delle risorse idriche, oggi sottoposte a crescenti pressioni;
  • sviluppare una gestione integrata delle risorse energetiche, includendo sia quelle fossili sia le rinnovabili;
  • diffondere una maggiore consapevolezza alimentare: non è necessario diventare tutti vegetariani, ma è auspicabile adottare diete più equilibrate, con minori sprechi e maggiore attenzione alla qualità.


giovedì, luglio 31, 2025

La mia musica

Premessa

In questi giorni, riordinando la mia collezione di CD, ne ho ritrovato uno che avevo realizzato come dono per i soci del Lions Club Scandiano, di cui ero presidente nell’anno sociale 2003-2004.
Oggi i CD sono diventati un oggetto un po’... come dire, antiquato. Così ho pensato di condividere con i lettori del mio blog alcuni brani della musica che amo.

Nell’elenco che segue, troverete i brani inclusi in quel CD, interpretati da diversi esecutori. Chi lo desidera può ascoltarli per cogliere quanto sia importante il modo in cui ciascun interprete dà vita alla musica.

Buona lettura della presentazione e buon ascolto dei brani — tutti reperibili su YouTube.

Presentazione

Alcuni giorni prima del mio 12° o 13° compleanno, penso non più di una decina, da una stanza della grande casa in cui ho vissuto gran parte della mia infanzia, sentii provenire della musica che non conoscevo. Aprì la porta e vidi mio padre che sfogliava dei grandi raccoglitori scuri con la copertina di pelle stampata e nei quali erano inseriti dei grossi dischi. In quel momento dagli altoparlanti del giradischi, una voce scura e in parte coperta da fruscii cantava: " Cortigiani vii razza dannata...". Quella musica mi colpi e ricordo perfettamente che chiesi a mio padre di poter continuare ad ascoltarla. Credo di aver sentito quel brano decine di volte, e come fanno spesse volte i bambini che ascoltano ossessivamente la stessa canzone, io mi ero fissato con quel brano d'opera. Mio padre forse "stufato" dal Tito Gobbi che da un disco a 78 giri cantava tutto il giorno "Cortigiani vii razza dannata.. " il giorno del mio compleanno mi regalò l'opera: "Rigoletto" un'edizione che conservo ancora, come tutte quelle che ho acquistato o ricevuto da quel tempo ormai lontano.

 La mia passione per la musica lirica è nata così, e mi rendo conto che ha segnato in modo significativo la mia esistenza. La musica rappresenta una forma espressiva dei sentimenti dell'uomo come, l'amore, la passione, la fedeltà, il tradimento, il dolore e la felicità.

Il momento dell'ascolto ha un significato importante e rappresenta un occasione per meditare su noi stessi in un mondo che ci costringe ad una vita spesso convulsa e incolore.

 Questi brani sono stati "tagliati" ed assemblali da CD di opere integrali, hanno un ordine cronologico preciso, che cercherò di spiegare in breve qui di seguito, così come è voluto il breve intervallo che divide un brano dall'altro quasi a voler realizzare un'opera integrale a se stante.

Mi rendo conto che per un non "appassionato" di lirica la scelta di questi brani non facilita l'ascolto e di questo vi chiedo di scusa, ritengo però che non sia corretto fare dei distinguo tra generi musicali ed infatti l'amica Roberta, alla quale ho "rubato." l'idea di questo CD, ha scelto tutt'altro genere, per entrambi però la musica è un "pezzo di vita".

Del primo brano vi ho già detto, mi ha iniziato alla musica operistica, poi è stato quasi naturale imboccare il filone "verdiano". Di Aida nell'anno 1971 ricordo la rappresentazione all'Arena di Verona con il grande Carlo Bergonzi nel ruolo di Radames. Per il brano riportato voglio evidenziare la straordinaria interpretazione di Aureliano Pertile (1928) in un incisione storica. Della "La Traviata" ho scelto il preludio all'atto 3° per sottolineare le grandi capacità sinfoniche di Verdi che troveranno il loro culmine nella "Messa da Requiem". Per ultimo "Il Trovatore" un opera "truce", bambini e madri al rogo, teste tagliate, avvelenamenti, e fu questa opera a farmi riflettere sul "testo" del libretto. Lo trovavo veramente anacronistico, fuori dal tempo, fu cosi che mi ritrovai "Puccini” - Rimasi colpito dalle romanze appassionate, dagli amori travolgenti dei personaggi, da Manon a Liù, da des Grieux a Calaf.

A "Turandot" ho dedicato due brani poco noti, ma voglio sottolineare che al termine di "Liù, bontà.. il maestro Puccini muore e la "Turandot" venne completata da Franco Alfano.

 Con Puccini termina il periodo che definisco di “iniziazione” alla musica lirica. Non ricordo quale fu l'occasione che ml avvicinò alla musica barocca, posso solo dire che fu per me una "scoperta" e tutt'ora rappresenta la musica che più ascolto ed amo.

Nel barocco, musica, parole, e immagini si fondono in un insieme organico per dare all'ascoltatore la possibilità di vivere l'opera con tutti i sensi in una dimensione fantastica. Rimasi anche affascinato dalle capacità interpretative di tanti cantanti ed un primo posto lo occupa la grande ed indimenticabile Marilyn Home.

Nel CD riporto brani dall’”Orlando furioso" di A. Vivaldi e dall'"Orlando" di G.F. Haendel. Di quest'ultimo ricordo la splendida rappresentazione al nostro Municipale sotto la regia di Pier Luigi Pizzi, l'uso magistrale delle macchine teatrali, la scena della "Battaglia" nella quale i personaggi cavalcano enormi stalloni dorati che si muovevano con perfetta sincronia sul grande palcoscenico del teatro.

Al periodo nel quale ero attratto dalla potenza e dalla magnificenza rappresentate nella musica barocca ha fatto contrapposizione l'ascolto dell'opera di J.S. Bach, ovvero la "perfezione". Quello riportato nel CD è un brano tratto dalla "Passione secondo S. Matteo". Non ho visto il recente film "la crocifissione" ma molti me ne hanno parlato, vi chiedo di soffermavi come queste due epoche siano diverse, oggi si predilige la spettacolarità, ieri la riflessione ed il dramma interiore dell'uomo che muore per salvare l'umanità. Anche se non si conosce il tedesco si percepisce il pianto, il lamento di chi piange la morte di un innocente.

Dopo Bach, tutto cambia, ed ecco che a "completare" la mia formazione di "fruitore" di opere "scopro" W.A. Mozart, grande tra i grandi, portatore di ideali di una modernità sconvolgente, Nel "Don Giovanni" il male soccombe, trascinato agli inferi dalla "statua del Governatore" in un insieme corale di grande effetto e suggestioni. Nel "Flauto Magico", opera da molti considerata una sorta di grande inno massonico, è l'Uomo che deve trovare la via per raggiungere la perfezione, perché tutti gli uomini sono uguali davanti all'Essere Supremo.

L'aria di Sarastro recita:

In questi luoghi sacri

non si conosce la vendetta,

e se un uomo cade,

l'amore lo guida verso il dovere.

Allora egli cammina mano nella mano con gli amici

felice e contento verso la terra beata.

In queste mura sacre,

dove gli uomini si amano,

nessun traditore può nascondersi,

perché si perdona il nemico.

Chi non si rallegra di tali insegnamenti

non merita di essere umano.

Il CD "La mia musica" si chiude con due brani tratti da un’opera poco nota: il "Didone ed Enea" di H. Purcell, essa contiene la più dolorosa e straziante aria d'amore del "melodramma" di tutti tempi.

Didone, abbandonata da Enea si avvelena e nel morire tra le braccia dell'amica Belinda canta:

Quando distesa sarò nella terra,

i miei mali non suscitino

alcun tormento nel tuo petto.

Ricordati di me, ma, ah! Dimentica la mia sorte;

a tanta drammaticità segue un coro di cupidi, che esalta e completa il patos della scena, essi cantano:

Con ali abbassate, o Amori, venite,

e sulla sua tomba spargete rose

morbide e delicate come il suo cuore.

Vegliate qui, e mai v'allontanate.

 Questa è la musica che amo.

 

"La mia musica" Brani da opere liriche scelti da Piero Nasuelli

[1J Rigoletto: "Cortigiani vii razza dannata” (Giuseppe Verdi, Rigoletto)

Cantanti, baritono:  Tito Gobbi, Oietrich Fìscher-Oieskau

[2) Radames: "Se quel guerrir io fossi !" (Giuseppe Verdi, Aida)

Cantanti, tenore: Aureliano Partile, Carlo Bergonzi, Franco Corelli, Luciano Pavarotti

[3] La traviata: Preludio atto terzo" (Giuseppe Verdi)

Orchestra Sinfonica dì Torino della Rai, direttore Gabriele Santini 1953

[4] Il Conte di Luna: "Tutto è deserto, né per l'aura ancora” (Giuseppe Verdi, Trovatore)

Cantanti, baritono: Ettore Bastianini, Sherrill Milnes

[5] Chevalier des Grieux: "Ah, non v'avvicinate ! ... Come io piango ed imploro" (Giacomo  Puccini, Manon Lescaut).

Cantanti, tenore: Giuseppe di Stefano, Mario del Monaco, Beniamino Gigli, Aureliano Pertile

[6] Manon: "Sola, perduta, abbandonata. ." (Giacomo Puccini, Manon Lescaut)

 Cantanti, soprano: Maria Callas , Renata Tebaldi, Ghena Dimitrova, Anna Netrebko

[7] Calaf "Tre enigmi m'hai proposto!" (Giacomo Puccini, Turandot)

Cantanti, tenore: Eugenio Fernandi, Mario del Monaco

[8] Timur. "Liù..bontà" (Giacomo. Puccini Turandot)

Cantanti, basso: Nicola Zaccaria, Bonaldo Giaiotti, Viktor de Narké

[9] Orlando Furioso: Overture (Antonio Vivaldi) I Solisti Veneti, direttore Claudio Scimone 1978

[10] Orlando: "Nel profondo Cieco Mondo. ."(Antonio Vivaldi, Orlando Furioso)

Cantanti, mezzo soprano: Marilyn Horne, Romina Basso, Caterina Calvi, Nadezhda Karyazina

[11] Rinaldo: “or la tromba" (Georg Friedrich Händel, Rinaldo)

Cantanti, mezzo soprano: Marilyn Home, Marjorie Maltais, Joanne Evans

[12] Battaglia: (Georg Friedrich Händel, Rinaldo), Act 3: Battaglia

[13] Rinaldo: "Ecco ìl superbo" (Georg Friedrich Händel, Rinaldo)

Cantanti, mezzo soprano: Marilyn Horne

[14] Tutti "Vinto è il sol" (Georg Friedrich Händel, Rinaldo)

Orchestra del Teatro La Fenice dì Venezia direttore John Fìsher 1991

[15] Aria: "Konnen Tranen meiner Wangen (Le lacrime possono scorrere sulle mie guance)"

(J.S. Bach La Passione Secondo San Matteo)

Cantanti, contralto: Hertha Topper, Julia Hamari, Marga Höffgen, Nora Steuerwald

[16] Statua del Commendatore: "Don Giovanni a cenar teco..' (W. A. Mozart, Don Giovanni)

Cantanti, baritono: Oietrich Fìscher-Oieskau, Samuel Ramey, Carlos Álvarez

[17] Sarastro: "In diesen heil'gen Hallen (In questi luoghi sacri )" (W.A. Mozart, Die Zauberflöte)

Cantanti, basso: Franz Crass, Kurt Moll

[18] Dido: "Thy hand, Belinda, darkness shades me (La tua mano, Belinda, mi protegge dall'oscurità)" (Henry Purcell, Dido and Aeneas)

Cantanti, soprano: Anne Sofie von Otter, Malena Ernman, Barbara Bonney

[19] Chorus: "With droopìng wings ye Cuplds come (Con le ali cadenti voi Cupidi venite)” (Henry Purcell, Dido and Aeneas)

Chorus The English Concer & Choir direttore Trevor Pinnoek 1989