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martedì, marzo 15, 2022

PPP – pane, pasta e pizza: dobbiamo preoccuparci per la mancanza di cereali da Russia e Ucraina?

La risposta razionale sta nei dati. L’Ismea (Istituto servizi mercato agricolo alimentare) ha pubblicato il 9 marzo 2022 un breve rapporto dal titolo Dinamiche fondamentali dei cereali e situazione degli scambi commerciali con Ucraina e Russia. Potete consultarlo al link https://www.ismea.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/11703.

Per chi non si vuole leggere il rapporto di 11 pagine completo di facili tabelle esplicative e di grafici, sintetizzo.

Importazione di grano duro, quello che ci serve per fare la pasta, da Russia e Ucraina, quantità irrisorie, poche tonnellate. Per informazione, la produzione di grano duro in Italia nel 2021 è stata di poco più di 4 milioni di tonnellate.

Importazione grano tenero, quello per fare pane, pasta (all’uovo) e pizza, da Russia praticamente nulla, mentre dall’Ucraina importiamo poco più del 3% di tutto il frumento importato (ca. 122 mila tonnellate). La maggior parte di frumento tenero che ci serve lo importiamo dai paesi della UE. È preoccupante la possibile restrizione operata dalla Ungheria da cui importiamo il 26% di tutto il frumento che ci serve. Ritengo però che il possibile “blocco” delle esportazioni per ragioni economiche sia illegittimo quindi assai difficile da attuare.

Importazione di mais, più che per la polenta il mais ci serve per nutrire gli animali. Per questo cereale la situazione è più preoccupante. Consumiamo poco più di 10,5 milioni di tonnellate di mais all’anno, produciamo ca. 6 milioni di tonnellate e ne importiamo 4,5 milioni di tonnellate. Le importazioni di mais dalla Ucraina ammontano a 600 mila tonnellate ca. il 13% del totale delle importazioni e il 6% del nostro fabbisogno.

Nella tarda primavera dell’anno scorso, quando la pandemia rallentava vistosamente e le campagne vaccinali incominciavano a dare i primi significativi risultati, è iniziata una robusta ripresa di tutte le attività economiche. Bene, tutti felici e contenti, ma proprio in quel momento è incominciato un deciso rialzo dei noli per il trasposto delle merci, subito dopo è iniziato l’aumento dei prezzi di alcune materie prime come alcuni metalli, il petrolio, un poi il gas.

Le ragioni di questi aumenti erano sostanzialmente dovuti ad un aumento della domanda, impreviste, dopo tanto blocco da pandemia.

Dopo l’estate la situazione peggiora, l’aumento interessa tutte le materie prime. La ripresa della pandemia in novembre non ha nessun effetto su questa situazione e l’aumento dei prezzi delle principali commodity diventa esponenziale.

Tra le materie prime ci sono anche i cereali e le proteoleaginose (colture come girasole, soia, colza, ecc..dalle quali si ottiene olio vegetale), il prezzo arriva a livelli quasi mai visti.

Nei mercati quando si verifica un aumento repentino della domanda è normale un aumento dei prezzi, ma quando il prezzo raddoppia o triplica o come per il gas decupla, o giù di lì, allora vuol dire che c’è qualche cosa di anomalo e preoccupante. Anche l’attuale e triste contesto bellico non giustifica un tale aandamento.

Da questa situazione traggo due considerazioni / valutazioni.

La prima. È assolutamente necessario contrastare questa ondata speculativa.

Vi ricordo che l’attuale situazione dei mercati dei prodotti agricoli, è simile a quella del 2008 (leggi il mio post http://www.nuovaetica.info/2008/04/la-crisi-alimentare.html) anche se in un contesto completamente diverso.

L’ampia disponibilità di capitali finanziari che gli Stati hanno messo a disposizione per contrastare la pandemia può essere una delle ragioni di quanto sta succedendo. Non tutti i soldi “prestati” sono, al momento, andati a buon fine. Inizialmente ne hanno goduto le borse. Ora, c’è stato uno spostamento sulle materie prime. Occorre capire chi e come sta facendo “incetta” di materie prime con l’obiettivo di generare l’attuale contesto. Più c’è aspettativa al rialzo e più i grandi operatori sono poco propensi a immettere i prodotti sul mercato. In questi momenti l’avidità domina i mercati, fare grandi profitti con poca fatica, dopo la crisi pandemica, è un comportamento diffuso. Io non credo al “grande burattinaio” quanto a un atteggiamento diffuso e purtroppo condiviso.

Per evitare che ci siano troppi capitali a disposizione degli speculatori è necessario incentivare gli investimenti sia per i “grandi” che per i “piccoli”. Non faccio riferimento agli ennesimi “bonus fiscali” ma diminuendo burocrazia e vincoli per tutti.

La seconda. Negli ultimi 40 anni, in Italia, la superficie agricola destinata alle coltivazioni è diminuita del 26% perché non è conveniente coltivarla. (leggi: http://www.nuovaetica.info/p/informazioni-agrarie.html)

Questo aumento dei prezzi potrebbe rendere nuovamente vantaggioso mettere a coltura cerealicola terreni attualemnte non coltivati. Se gli aumenti si stabilizzano, non ai livelli attuali, ma ad un più 15-20% di quelli medi degli anni precedenti molto probabilmente la nostra dipendenza dall’estero potrebbe ridursi.

Molto più vantaggioso, da un punto di vista economico, è migliorare la produttività. Non ci facciamo ingannare dai falsi miti naturistici rappresentati da presunti aspetti salutistici dei grani antichi tipo “Senatore Cappelli” scarsamente produttivi.

Riflettiamo anche sulla coltivazione “biologica”. È risaputo che le rese sono inferiori e da un punto di vista nutrizionale il prodotto biologico è identico a quello convenzionale.

Ridurre le produzioni e quindi il grado di approvvigionamento non è una strategia da perseguire in questo momento.

La situazione bellica ci ha fatto comprendere che è bene dotarsi di adeguate scorte “strategiche”. Queste ultime non si realizzano in tempi brevi ed inoltre conservare ad esempio i cereali è costoso. Le politiche agricole della UE destinano grandi risorse per integrare il reddito degli agricoltori. Se i prezzi aumentano migliora anche la redditivtà delle imprese agricole, si potrebbe allora destinare parte dei fondi UE alla costituzione di scorte adeguate senza ulteriori oneri.

Maggiori scorte varrebbe dire anche riuscire a stabilizzare i mercati.


mercoledì, novembre 13, 2019

Tassa sullo zucchero: decisamente amara


Chissà come andrà a finire, tassa si, tassa no, in ogni caso anche questo è un esempio di come lo Stato ci inganna.
La salute dei cittadini / sudditi è solo un pretesto.
Sulla base delle indicazioni dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) il consumo di zuccheri semplici (es. saccarosio, fruttosio, lattosio, ecc..) non dovrebbe superare il 10 % del fabbisogno calorico dell'individuo. Il calcolo del fabbisogno espresso in grammi è presto fatto, supponendo un fabbisogno calorico medio (tra uomini e donne) di ca. 2400 Kcal e sapendo che un grammo di zucchero apporta 4 Kcal si determina che il fabbisogno medio giornaliero di zucchero è di ca. 60 grammi e il fabbisogno annuale si può aggirare sui 22 Kg.
Mi riferisco ovviamente a tutto lo zucchero da quello nel caffè a quello nei dolci da quello nelle bibite a quello nel gelato.
La quantità di zucchero nelle bibite è veramente rilevante si va dal 10 al 13 % il che vuol dire che un litro di bevanda contiene dai 100 ai 130 grammi di zucchero. Pensateci, d'estate si fa presto a berne un litro.
Il consumo di zucchero, mi riferisco al saccarosio, è in costante aumento. Il calcolo del consumo pro-capite non è semplice e viene stimato. Una fonte autorevole è quella della FAO che ci permette di fare confronti tra i paesi. Ad esempio, in Italia il consumo pro-capite di zucchero è pari a 30 Kg all'anno (estratto dalla barbabietola o dalla canna è la stessa cosa, sempre saccarosio è. Non credete alla bufala che lo zucchero di canna è "più naturale" perché di colore bruno, è solo una questione commerciale). Ci sono nazioni che ne consumano ben più di noi ad esempio in Svizzera il consumo pro-capite supera i 40 Kg (sempre dati FAO). In Francia e Germania il consumo è rispettivamente di 35 e 36 Kg.
Dai dati esposti è facile comprendere che si consuma almeno il 30% di zucchero in più di quello che ci serve.
Fatta questa premessa con "numeri" veri veniamo alla tassa.
Consumiamo troppo zucchero e questo ci fa male, obesità, diabete, pressione sanguina, ecc..
Abbiamo uno Stato che ci tiene tanto alla salute dei propri "sudditi" e allora facendo riferimento alla più consolidata legge del mercato se si aumenta il prezzo diminuiscono i consumi, ecco pronta una nuova tassa fatta per tutelare la salute dei cittadini.
Ma voi ci credete a una panzana simile.
Se si vuole ridurre il consumo di zucchero la cosa più importante è fare una campagna di educazione alimentare, diffondere in modo capillare tutti i rischi legati all'eccesso nel consumo di zucchero e al rischio diabete di tipo 2. Educazione che dovrebbe iniziare dalla scuola dell'infanzia. Ci vogliono tempi lunghi.
Se proprio la tassa la vogliamo mettere si dovrebbe dichiarare in modo esplicito che cosa vogliamo fare con i soldi incassati.
In Italia, al contrario di altri paesi la sanità è pubblica, pertanto un medico mi costa sia se fa prevenzione per il diabete sia per qualunque altra malattia.
Il diabete ha un costo sociale molto elevato che si misura sia come spesa sanitaria (costo diretto, medici, cure, farmaci, ecc..) sia come riduzione delle capacità umane (costo indiretto, difficoltà a lavorare, a studiare, a relazionarsi ecc..). In tempi brevi difficile verificare o poter misurare la riduzione del costo diretto, e per una riduzione del costo indiretto ci vuole almeno una generazione.
L'obiettivo dichiarato dal Governo è quello di indurre comportamenti più "virtuosi" e allora anziché mettere una tassa sulle bevande zuccherate (che poi non sono le uniche colpevoli, vedi il gelato) perché non si riduce la tassazione sulle bevande con poco zucchero o addirittura senza zucchero? Non è molto più semplice. Perché prendere da una mano per dare dall'altra?.
Meno tasse, meno costi, meno burocrazia, ad esempio, questa bevanda si quella no, Coca Cola si, l'italico Chinotto no, ecc..pensate alle polemiche.
Se si "apre" ad una tassazione sui cibi, possiamo iniziare con lo zucchero, per poi arrivare al grasso, alle proteine e per finire al sale.
La tassa sullo zucchero non ha come obiettivo la salute dei cittadini ma quello di fare cassa e ogni pretesto è buono.
In Italia siamo messi così, anche lo zucchero è diventato amaro.

venerdì, giugno 06, 2014

Contro lo spreco dei prodotti alimentari – riflessione del mattino.



Da un po’ di tempo si parla del cibo che sprechiamo e soprattutto quanto ci costa buttare nella spazzatura tanti alimenti.
In parte siamo responsabili di tutto questo, ci siamo fatti prendere la mano dalla data di scadenza, dalla paura che tutto ciò che mangiamo se non è perfetto può cagionare malanni. Allora basta una macchiolina, un colore un po’ scuro, ecc.. e si apre la pattumiera.
Mi chiedo però se questo “spreco” domestico sia poi così rilevante. Fare delle statistiche è estremamente difficile.
Credo che il maggior “spreco” in termini di valore e quantità sia a livello di ristorazione e grande distribuzione organizzata (GDO).
In questi giorni è stato dato grande risalto al rapporto dei Carabinieri del NAS sui controlli sugli alimenti, nei ristoranti, ecc… e le maggiori infrazioni riguardavano proprio i “prodotti NON conformi”.
Le strutture serie adibite alla distribuzione degli alimenti e dei cibi sono nei fatti costrette a “sprecare”.
In questo contesto contraddittorio mi chiedo, se lo “spreco” ha un costo, quanto ci costa NON sprecare?
È un aspetto da valutare, non credete?

giovedì, gennaio 29, 2009

Sicurezza alimentare: un esempio di come si “manipolano” i dati

Nel post del 9 gennaio (20 giorni fa !!!) vi ho parlato del RASFF (Rapid Alert System for Food and Feed), il sistema di allarme rapido relativo agli alimenti per garantire la sicurezza alimentare. Il sistema pubblica un bollettino settimanale ed un rapporto l’ultimo disponibile è quello del 2007.

L’altro ieri è stata diffusa la: “RELAZIONE ANNUALE DEL PIANO PLURIENNALE NAZIONALE INTEGRATO DEI CONTROLLI UFFICIALI”.

La relazione riguarda l’attività di controllo svolta dalle autorità competenti e prevista da norme comunitarie e nazionali.

Insomma sono cose che si devono fare ed è ovvio che se si fanno bene tutto di guadagnato.

Ci sono comunque alcuni aspetti che vanno indagati e sui quali non c’è chiarezza, mi riferisco a cosa deve essere comunicato al RASFF quando si riscontra una non conformità del prodotto e cosa invece non si comunica.

È vero che anche in questo caso può valere il detto “i panni sporchi si lavano in casa propria” eppure perché del caso mozzarella alla diossina non c’è traccia nel RASFF? Altro caso del 2008 è quello dei prosciutti avariati e contaminati trovati in quel di Parma, anche di questo nessuna traccia nel RASFF.

Questi esempi per dire che non tutto è trasparente e chiaro.

La stampa ha diffuso in modo più o meno identico la nota stampa diffusa dal Ministero della salute nella quale si dice che gli italiani sono i controllori più minuziosi e capaci in quanto hanno il maggior numero di segnalazioni.

Se andate a leggere il rapporto RASFF le cose sono un po’ più articolate.

Il numero di casi che hanno riguardato provvedimenti per alimenti non conformi in Italia è stato nel 2007 di 75, è vero che siamo preceduti dai seguenti paesi europei, Polonia (77 casi), Francia (109 casi), Germania(122 casi) e Spagna (177 casi), ma è pur vero che tutti gli altri sono dietro in questa classifica di cose non buone.

E siccome non è ben chiaro cosa venga comunicato al RASFF dalle autorità italiane, vedi i casi eclatanti di cui sopra, questa classifica non è poi così a nostro favore.

C’è ancora molto da fare perché la tracciabilità e rintracciabilità per molti prodotti è possibile e si potrebbero fornire indicazioni preziose per orientare il consumatore.

Le tecnologie ci sono e potrebbero essere facilmente implementate.

Tutto questo darebbe però troppa “trasparenza” ad intere filiere ed allora è meglio il solito bla, bla e vantarsi di essere i primi della classe, l’importante è apparire, il fare lo lasciamo agli altri. 

venerdì, gennaio 09, 2009

I prodotti alimentari italiani sono tra i migliori del mondo: un mito sul quale indagare

Siamo “tempestati” dallo slogan che dice “mangia italiano mangia sano” forse però si tratta di un mito sul quale dovremmo indagare. A livello Europeo è attivo un sistema di allerta rapido per la sicurezza alimentare denominato RASFF (Rapid Alert System for Food and Feed). Sulla base di quanto previsto dall’ Art 50 del Regolamento CE 178/2002 gli Stati Membri devono notificare situazioni di un rischio diretto o indiretto per la salute umana dovuto ad alimenti o mangimi.

Il sistema prevede la pubblicazione settimanale di un rapporto nel quale si raccolgono tutte le segnalazioni provenienti dagli Stati Membri. È possibile consultare i rapporti settimanali su sito

http://ec.europa.eu/food/food/rapidalert/archive_2008_en.htm

Tutti questi rapporti vengono elaborati ed alla fine di ogni anno viene pubblicata una interessante sintesi.

Consulta il rapporto del 2007

Non si può dire che l’Italia sia poi in buona posizione come numero di segnalazioni come paese di origine in un prodotto alimentare per il quale è stato segnalato un problema di sicurezza.

Il rapporto annuale non ci dice su quale prodotto si è manifestato il problema ma in ogni caso il prodotto ha origine italiana e quindi qualche indagine è da fare.

Un'altro aspetto che si rileva dall’analisi di questa fonte è che le autorità Italiane non segnalano tutte irregolarità riscontrate. Faccio l’esempio del latte crudo. Sul sistema RASFF non c’è traccia del fatto che è stato riscontrato Escherichia coli O157 nel latte crudo, fatto che ha reso necessario l’emanazione da parte del Ministero della saluto di una norma che obbliga i distributori ad indicare la necessità di bollire il latte.

Anche il caso delle mozzarelle alla diossina, a quanto  mi risulta, non è stato riportato al RASFF.

Come potete leggere ci sono vari aspetti sui quali sarebbe necessario indagare perché si possono fare anche delle chiacchiere da bar ma se si vogliono vendere prodotti migliori questi lo devono essere veramente.

Nel lungo periodo non si può prendere in giro il consumatore.

domenica, gennaio 04, 2009

Latte crudo: un po’ di informazioni obiettive.

Il “fenomeno” latte crudo rappresenta uno di quei casi che ci fa capire come nel nostro paese non si riesca a programmare e realizzare iniziative in modo compito dall’A alla Z. Ci sono sempre aspetti che rimangono indefiniti e per i quali si deve improvvisare oppure trovare rimedi che poi non sono coerenti con il progetto iniziale. La mancanza di una mentalità progettuale mette in evidenza l’assenza di normali strumenti di monitoraggio al fine di generare feedback utili al conseguimento degli obiettivi fissati.
Sono state emanate norme in materia di vendita diretta li latte crudo.
L’allevatore che intendente installare un distributore del latte deve fare domanda all’USL competente per territorio. Un altro regolamento Comunitario prevede un “registro” per tutte le imprese che commercializzano direttamente prodotti alimentari (Reg. CE 852/2004).
Utilizzando l’obbligo di detta registrazione e con un minimo di coordinamento sarebbe stato possibile realizzare il monitoraggio dei distributori, della vendita e commercializzazione del latte crudo.
Si tenga presente che la “Conferenza permanente per i rapporti tra lo stato e le regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano” nel provvedimento del 6 febbraio 2006 scrive:
”La registrazione si deve basare su di un sistema informativo efficiente, consultabile ed aggiornato in tempo reale. Poiché i dati riferiti alle singole industrie devono essere raccolti in modo omogeneo sul territorio nazionale, nell'allegato A vengono elencati i dati minimi da registrare.”

Attualmente solo il sito.http://www.milkmaps.com/ ci dà una dimensione del fenomeno. Come al solito la norma è corretta ma non trova reale applicazione.

I Regolamenti (CE) n. 852/2004 e 853/2004, prevedono la vendita diretta dei prodotti agricoli quando questa si riferisce a "piccoli quantitativi".
La normativa italiana definisce “piccoli quantitativi produttivi di prodotti primari ” la cessione occasionale e su richiesta del consumatore finale o dell'esercente un esercizio al commercio al dettaglio, di prodotti primari ottenuti nell'azienda stessa, a condizione che tale attività sia marginale rispetto all'attività principale.”.

Detto questo formulo due quesiti:
· Se un allevatore vende il 20 o il 30% del latte prodotto come vendita diretta di latte crudo la norma sopra citata è rispettata?
· La norma italiana definisce i “piccoli quantitativi” come un rapporto rispetto all’attività principale, ma per un allevamento di 300 capi in lattazione vendere il 10% del latte prodotto ogni giorno vuol dire immettere sul mercato quotidianamente ca. 1200 litri di latte. È possibile considerare 1200 litri di latte al giorno una “piccola quantità”?.

La “filiera” del latte crudo si è formata in questi ultimi 2 anni possibile che le rilevazioni statistiche sul latte raccolto e sulla destinazione del latte non rilevano nulla di quanto sta avvenendo?
Ho consultato la fonte Eurostat e nulla appare.
Nel 2006 e nel 2007 la vendite dirette di latte crudo sono identiche (105.630 tonnellate di latte) in deciso calo rispetto all’anno 2005 (288.800 tonnellate). Questi dati sono senza dubbio calcolati sulla base di coefficienti fissi perché il dato del 2005 è identico per un quinquennio a partire dal 2001.
Ho stimato che la vendita di latte crudo potrebbe aggirarsi sulle 70 mila tonnellate all’anno possibile che nessuna rilevazione statistica registri tale fenomeno?
Coloro che in questo momento hanno a cuore questa interessante iniziativa dovrebbero dare organicità e progettualità a tutto quanto si sta facendo senza polemizzare con questo o quel gruppo industriale ma dando dimostrazione di saper fare le cose “per bene” nel rispetto delle norme nazionali e comunitarie.

mercoledì, dicembre 17, 2008

Sul "latte crudo"

Cari lettori il 27 novembre ho scritto un post sul “latte crudo”. Mi sembra di aver evidenziato in modo chiaro che la vendita del latte crudo deve rimanere una attività di “nicchia” per soddisfare una specifica esigenza di un certo tipo di consumatore.
Mi sono stati segnalati gli interventi di Beppe Grillo e del dott. Fausto Cavalli e vi posso assicurare che il sottoscritto non percepisce nessun compenso da aziende del settore lattiero caseario e quindi i miei interventi non hanno “secondi fini”.
La "contaminazione" del latte con gerni patogeni è possibile e probabile. Gli allevamenti di oggi sono ben diversi da quelli del passato ma non è possibile creare un ambiente "sterile".
Ho calcolato che il latte crudo rappresenta il 4% del mercato del latte fresco, si tratta di una quantità non trascurabile perché significa che migliaia di persone ogni giorno utilizzano questo prodotto. Per consumare il latte crudo si devono usare alcune precauzioni come appunto la bollitura e ritengo che il Ministero ha fatto bene ad emanare l’ordinanza che riguarda questo aspetto e credetemi non si tratta di un favore alla “Lobby” delle grandi società.
Chi mi segue sa che non sono certamente "filogovernativo" e l'emanazione di questa norma è più che legittima per tutelare la sicurezza alimentare dei consumatori.
Se i consumatori sono migliaia la probabilità di l'utilizzo non corretto aumenta e pertanto il rischio di contrarre una malattia veicolata dal latte non trattato termicamente aumenta.
Voglio ricordare l’importanza delle scoperte in campo microbiologico fatte da Jean Pasterur e grazie alla pastorizzazione sono state salvate milioni di vite umane.
Voglio anche ricordare che la legislazione italiana sulla vendita del latte fresco risale agli anni ’80 e acquistando le confezioni che portano la scritta “latte pastorizzato fresco di alta qualità” il consumatore può essere sicuro di consumare un latte prodotto in allevamenti che mantengono elevati livelli di igienicità e salubrità.
Detto questo facciamo un po’ di ordine e non facciamoci trascinare dalla demagogia.
Va bene la vendita di latte crudo cosi come va bene la vendita di latte fresco al supermercato. Sono due prodotti in concorrenza in un mercato libero.

mercoledì, dicembre 10, 2008

Diossina: se ci sei “batti un colpo”

È “scoppiato” un altro caso che riguarda la sicurezza alimentare.
Dopo la mozzarella alla diossina ecco la carne di maiale alla diossina proveniente dall’Irlanda.
Il mercato delle carne suine si stava “rimettendo” dopo un periodo molto difficile.
Questo ennesimo “scandalo” avrà senza dubbio ripercussioni non di poco conto anche perché le quantità di carne non conforme è rilevante. L’ANSA riporta che oltre 14.000 tonnellate di carne suina sono andate in giro per mezzo mondo.
Come le altre volte il problema non viene gestito nel modo corretto, possibile che nessuno faccia riferimento al Regolamento CE 178/2002.
È inutile dire che i nostri cotechini e zamponi sono indenni perché prodotti DOP, questo è vero solo in parte.
Tutta la carne è “tracciata”, si deve dire che le partite di carne sono state acquistate da tizio e caio e di conseguenza è compito di tizio e caio provvedere al ritiro immediato della merce o in ogni caso deve contattare gli eventuali acquirenti perché provvedano al ritiro. Se poi parte della merce è già stata venduta si dovrebbe dire che il prodotto X ed Y commercializzato da Rossi e Bianchi venduto al supermercato Z non deve essere consumato.
Questa, cari lettori, è la rintracciabilità.
Così deve funzionare e così può funzionare perché abbiamo tutti gli strumenti per farlo.
Come al solito da noi si “sguinzagliano” i NAS, in realtà non servono perché dovrebbero essere i diretti interessati a prendere i provvedimenti del caso.
Le autorità dovrebbero pubblicare le informazioni che riguardano la rintracciabilità su un sito WEB accessibile a tutti.
Se in Italia si stanno lavorando o commercializzando 1400 tonnellate di carne non conforme non si deve creare un danno a tutta la filiera che trasforma oltre 2 milioni di tonnellate di carene di suino.
Ma siamo alle solite, chiacchiere e chiacchiere per gestire le emergenze poi tutto va nel dimenticatoio sino alla prossima emergenza !!!

sabato, novembre 29, 2008

Il latte crudo in vendita nei distributori deve rimanere una nicchia di mercato

Ieri sera ho fatto spesa in un supermercato Conad, ho comprato del latte fresco di “Alta qualità”. Mentre ero davanti allo scaffale mi è venuto in mente di fare un “mini” test. Ho comprato due confezioni da un litro una di latte a marchio Conad e l’altra a marchio Giglio. Le confezioni hanno la stessa data di scadenza. Il latte a marchio Conad in realtà è prodotto dalla Granarolo in quanto è indicato che il prodotto è stato confezionato nello stabilimento di Cadriano (a Cadriano per quanto ne so c’è solo la Granarolo).
Questa mattina ho fatto una specie di “analisi sensoriale”. Ho tenuto il latte delle due ditte nello stesso frigo alla stessa temperatura ecc., insomma ho fatto si che le condizioni di assaggio non venissero alterate da fattori esterni.
Devo dire che mi ha convinto di più il latte Giglio, ma si tratta di sfumature.
La grande differenza la fa il prezzo. Latte Giglio € 1,57, latte Conad 1,15. Una differenza di € 0,42, il latte Conad costa quindi quasi il 28% in meno rispetto al latte della Giglio e si avvicina alla soglia di un euro che è il prezzo del “latte crudo” venduto nei distributori di latte.
Il consumatore ha “fame” di genuinità, sceglie i prodotti alimentari che ritiene genuini, realizzati senza “manipolazioni”, quando può cerca di recarsi dal produttore. Visitare il luogo della produzione equivale ad una sorta di “certificato di origine” e ritiene che il prodotto sia stato ottenuto senza l’utilizzo di concimi, fitofarmaci, mangimi industriali, ecc.
Il consumatore ritiene che un latte “acquistato” al supermercato abbia subito chissà quali trasformazioni e quindi se compro il latte direttamente dal produttore sono sicuro della “genuinità” del latte.
È bene ricordare che il latte “fresco” subisce sostanzialmente due trattamenti, la pastorizzazione e la omogeneizzazione.
La pastorizzazione abbatte la carica batterica e ci permette di bere il latte con l’assoluta certezza che non sia veicolo di una serie innumerevole di patologie, da quelle più gravi (brucellosi, salmonellosi, ecc) a quelle più banali che ci possono provocare un mal di pancia..
L’omogeneizzazione ha lo scopo di “rompere” i globuli del grasso in modo tale che l’intero volume di latte abbia lo stesso tenore di grasso per evitare quello che normalmente si chiama “affioramento” ovvero la formazione di uno strato di panna.
Il latte pastorizzato fresco di “alta qualità” che compriamo ai supermercati è assolutamente “genuino”, anzi la pastorizzazione mi permette di mantenere praticamente inalterate le proprietà nutrizionali del latte.
Il latte “crudo” è un prodotto che presenta una serie di “rischi” alimentari tanto che la sua commercializzazione è sottoposta ad una regolamentazione specifica ed inoltre è esplicitamente dichiarato, al momento dell’acquisto, che la “bollitura” è consigliata, non obbligatoria se il latte è consumato entro le 24 ore ed inoltre è stato costantemente tenuto al fresco (max 4°).
Ora il latte crudo “bollito” ha caratteristiche alimentari decisamente inferiori al latte pastorizzato fresco di “alta qualità” perché la temperatura che si raggiunge con la bollitura provoca la “perdita” di molte di quelle sostanze che invece si mantengono inalterate con la pastorizzazione.
I punti vendita del latte crudo sono in continuo aumento sul sito http://www.milkmaps.com/ è possibile trovare la mappa dei diversi distributori di latte.
I distributori sono quindi più di 1000 e siccome un distributore per essere remunerativo deve vendere almeno 200 litri di latte ne consegue che il valore al consumo per giorno è di € 200.
Il mercato del latte crudo è quindi stimabile in ca. 75 milioni di euro all’anno.
Facendo alcune elaborazioni utilizzando i dati pubblicati dall’ISMEA nel rapporto “Il mercato del latte 2007" ho stimato che la quota di mercato del latte crudo potrebbe essere di ca. il 4%. Un dato che non è del tutto trascurabile e pertanto è più che comprensibile la “mossa” commerciale fatta dalla GDO nel vendere latte fresco pastorizzato di “alta qualità” ad € 1,15.
Questo prezzo è molto competitivo e deve far riflettere per chi intende ampliare la propria rete di distributori con investimenti di una certa rilevanza.
La riduzione del prezzo del latte alla produzione potrebbe favorire un ulteriore riduzione del prezzo del latte nella GDO, mentre al contrario il produttore ha costi fissi che difficilmente potrà ridurre.
Attenzione quindi. Vendere il latte crudo può rappresentare per il produttore una interessante fonte di “integrazione” al reddito, ma è bene tener presente che difficilmente potrà diventare la fonte di reddito “principale” della propria attività.

mercoledì, aprile 30, 2008

Mozzarella olio di Girasole due “pesi” due misure

La mozzarella è “sparita” dalle cronache.
Il sito web del Ministero Salute ed agricoltura, riporta i risultati delle analisi e dei controlli. Nel comunicato si usano toni “trionfalistici” ma in realtà il settore deve rimanere sotto controllo.

Degli 83 allevamenti messi sotto sequestro nel mese di marzo ben 35 producono latte non conforme. Il dato ci dice poco perché non sappiamo quante sono le bufale allevate.

Va beh, meglio di niente, vedrete che o prima o poi se ne riparlerà.

Intanto ecco un’altra “grana” olio di girasole contaminato da gasolio e oli minerali proveniente dall’Ucraina. La notizia è presente sul sito del Ministero della Salute, ma è seguito dal solito bla, bla… si faranno i controlli, le autorità sorvegliano, ecc.. tanto per tenere il consumatore nell’ignoranza

In realtà mi sembra che il problema sia molto serio in quanto di mozzarella ne produciamo ca. 45.000 tonnellate mentre di olio di girasole nel importiamo dalla sola Ucraina per oltre 100.000 tonnellate. Siamo i terzi importatori dell'Unione a 27 Stati Membri con ca. il15 % in termini di quantità ed il 14% in termini di valore. Francia e Spagna ne importano più del 25% ciascuna.

Adesso si capisce perché si favoleggiava che si poteva far andare le macchine con gli oli semi!!!!!