venerdì, aprile 03, 2026

Crisi energetica e transizione: tra vincoli fisici e narrazione politica

La recente escalation militare in Medio Oriente, con il coinvolgimento dell’Iran, ha riportato al centro del dibattito europeo un tema mai realmente risolto: la fragilità strutturale dell’approvvigionamento energetico. Non si tratta di una crisi nuova, ma di una vulnerabilità sistemica che emerge con maggiore evidenza ogni volta che la stabilità geopolitica viene meno.

Il contesto europeo e dati strutturali. All’interno dell’Unione Europea esistono differenze profonde nella capacità di garantire sicurezza energetica.

Alcuni dati aiutano a definire il quadro:

·       L’Unione Europea importa oltre il 55% dell’energia che consuma

·       L’Italia è tra i paesi più esposti, con una dipendenza dall’estero pari a circa il 70–75% del fabbisogno energetico

·       Il gas naturale rappresenta ancora circa il 40% della produzione elettrica italiana

·       Le fonti rinnovabili coprono circa il 35–40% della produzione elettrica, ma con forte variabilità

·       La Francia, grazie al nucleare, produce circa il 60–65% della propria elettricità da una fonte programmabile

Questi numeri evidenziano una realtà spesso trascurata: la transizione energetica europea si sviluppa all’interno di un sistema ancora fortemente dipendente da fonti esterne e da combustibili fossili.

Il nodo tecnico: la discontinuità delle rinnovabili.

Nel dibattito pubblico emerge con insistenza la necessità di accelerare sulle fonti rinnovabili, in particolare solare ed eolico. Tuttavia, queste tecnologie presentano una caratteristica fondamentale: sono intrinsecamente discontinue.

La produzione dipende da condizioni climatiche non controllabili. Questo elemento introduce un vincolo strutturale che non può essere ignorato.

Per chiarire il problema, si può ricorrere a un esempio semplificato.

Un’impresa necessita di una potenza costante di 1.000 kW giornalieri per garantire la continuità della produzione. Decide di installare un impianto fotovoltaico dimensionato per coprire tale fabbisogno.

In condizioni ottimali, l’impianto soddisfa la domanda. In condizioni sfavorevoli (nuvolosità, inverno), la produzione può scendere drasticamente, ad esempio a 100 kW giornalieri.

La differenza, pari a 900 kW, deve essere coperta da una fonte alternativa programmabile e immediatamente disponibile.

La conseguenza sistemica: il doppio apparato produttivo

Da qui deriva una implicazione spesso sottovalutata, la diffusione delle rinnovabili non elimina il sistema tradizionale, ma lo affianca.

Diventa quindi necessario disporre di:

·       Impianti rinnovabili (elevati costi fissi, produzione variabile)

·       Impianti convenzionali (costi fissi + costi variabili legati ai combustibili utilizzati)

Il punto cruciale è che la capacità convenzionale deve restare dimensionata per coprire l’intero fabbisogno, perché non è possibile interrompere la produzione nei momenti di bassa generazione rinnovabile.

In altri termini, il sistema energetico tende a trasformarsi in un sistema duplicato, non sostitutivo.

Questa configurazione genera una struttura dei costi complessa:

  • Le rinnovabili presentano costi medi decrescenti al crescere della produzioni
  •  Le fonti fossili presentano costi variabili legati al consumo di combustibili

Il risultato è un sistema in cui:

·    si sostiene il costo di impianti rinnovabili anche quando producono poco

·       si mantiene in funzione (o in standby) un sistema convenzionale necessario ma inefficiente se utilizzato in modo intermittente

Ne deriva una difficoltà oggettiva nel determinare il costo medio dell’energia e, soprattutto, nel ridurlo in modo stabile.

Una possibile soluzione è rappresentata dai sistemi di accumulo. Tuttavia, allo stato attuale

  • gli accumuli su larga scala sono ancora costosi
  • non garantiscono copertura per periodi prolungati
  • introducono nuove dipendenze tecnologiche e materiali

Pertanto, non rappresentano ancora una soluzione strutturale al problema della continuità.

Il problema è quello di tener conto dei vincoli fisici che si contrappone alle semplificazioni politiche. Il punto centrale non è mettere in discussione la necessità della transizione energetica, ma riconoscerne i limiti operativi.

Attualmente il dibattito pubblico tende spesso a semplificare:

  •        si enfatizza la crescita della capacità installata
  •        si sottovaluta il problema della continuità dell’offerta
  •        si ignora il costo sistemico della duplicazione delle infrastrutture

L’energia, tuttavia, non è un bene qualsiasi: è una infrastruttura critica, che deve garantire continuità, stabilità e sostenibilità economica.

La crisi energetica evidenzia un nodo strutturale: la difficoltà di costruire un sistema basato su fonti non programmabili senza disporre di soluzioni mature per la gestione della variabilità.

Il rischio è quello di realizzare un sistema:

  •       più complesso
  •        più costoso
  •        non necessariamente più sicuro

La transizione energetica è inevitabile. Ma senza un approccio realistico, fondato su vincoli tecnici ed economici, rischia di trasformarsi da soluzione a nuovo problema.

In ultima analisi, l’energia non può essere affrontata con categorie ideologiche, è una questione di equilibrio tra tecnologia, economia e sicurezza.

martedì, marzo 24, 2026

Referendum: ha vinto il NO, hanno perso i politici SI.

Scrivo queste considerazioni al mattino presto. Non ho ancora letto i giornali e non ho seguito i dibattiti della sera precedente. Forse è un vantaggio: meno rumore, più sostanza.

Il risultato del referendum viene già interpretato come una vittoria politica. In realtà è qualcosa di diverso: è l’ennesima certificazione di una malattia cronica del Paese. Ha vinto il NO, ma hanno perso – ancora una volta – i politici del SI. E, più in profondità, ha perso la politica nel suo complesso.

I sostenitori del NO non hanno semplicemente difeso una posizione: si sono contati. È stata una prova generale in vista delle prossime elezioni. Nulla di illegittimo, ma è bene dirlo chiaramente: il referendum è stato usato come strumento di posizionamento politico.

Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sostiene che si è persa un’occasione di rinnovamento, ma che il governo andrà avanti. È una lettura comprensibile, ma insufficiente. Il punto non è l’occasione mancata: il punto è che una parte sempre più ampia del Paese non crede più che la politica sia in grado di riformare se stessa.

Non è un fatto nuovo. È un pattern.

Matteo Renzi ha vinto con una forza elettorale rara nella storia recente. Ha provato a modificare i meccanismi istituzionali e si è trovato di fronte non solo un’opposizione politica, ma un rigetto personale. Il referendum sulla sua riforma è diventato un referendum su di lui. E lo ha perso.

Mario Monti ha incarnato la competenza tecnica nel momento più difficile della crisi del debito sovrano. Ha contribuito a stabilizzare i conti pubblici, ma quando ha tentato di trasformare quella legittimazione tecnica in consenso politico è stato travolto. Perché, nel momento in cui è entrato nel gioco, è diventato “uno dei politici”.

Mario Draghi ha rappresentato l’ultima versione di questo schema: autorevolezza internazionale, capacità decisionale, credibilità finanziaria. Eppure è stato rapidamente logorato e infine espulso dal sistema politico non appena è apparso evidente che il suo operato poteva ridisegnare equilibri consolidati.

La costante è chiara: in Italia non si boccia solo ciò che viene proposto, ma soprattutto chi lo propone.

In questo clima si inserisce anche la figura di Nicola Gratteri. Non è un politico, ed è proprio questo il punto. Un magistrato conosce perfettamente il principio di separazione dei poteri: il Parlamento legifera, la magistratura applica. Quando questo confine viene superato, anche solo sul piano comunicativo, si contribuisce a quella stessa delegittimazione della politica che poi si denuncia.

Il suo intervento è stato efficace perché ha intercettato un sentimento diffuso, ormai maggioritario: chi governa lo fa per interesse proprio, non per quello collettivo. Da qui nasce un voto strutturalmente “contro”. È stato così per il Movimento 5 Stelle, è stato così per Fratelli d’Italia, ed è così ancora oggi.

Il problema è che un sistema fondato sul voto “contro” non produce mai un progetto stabile “per”.

E i dati lo confermano.

Negli ultimi vent’anni l’Italia ha registrato una crescita media annua del PIL reale tra le più basse dell’area euro, spesso inferiore all’1%. Dopo il rimbalzo post-pandemico, la crescita si è nuovamente attestata su valori modesti (intorno allo 0,7–1% negli ultimi dati disponibili). Gli investimenti in ricerca e sviluppo restano stabilmente sotto la media europea (circa 1,4% del PIL contro oltre il 2% dell’UE), mentre la spesa per istruzione è tra le più basse dei principali paesi avanzati.

Sul piano demografico, il quadro è ancora più critico: l’età media continua a crescere, il tasso di natalità è tra i più bassi al mondo e il rapporto tra popolazione attiva e pensionati si deteriora progressivamente. A questo si aggiunge una gestione del fenomeno migratorio oscillante tra emergenza e assistenzialismo, senza una strategia strutturale di integrazione economica e sociale.

Non si tratta di dettagli tecnici. Sono i fondamentali di un Paese.

Eppure, su questi temi, la politica fatica a costruire consenso. Perché ogni proposta viene letta come uno strumento di potere di chi la propone. E quindi rifiutata.

Si crea così un circuito perverso: la sfiducia genera voto di protesta; il voto di protesta impedisce riforme strutturali; l’assenza di riforme alimenta ulteriore sfiducia.

Il referendum si inserisce perfettamente in questo schema.

Per questo la vera notizia non è la vittoria del NO. È l’ennesima sconfitta della politica che prova – male o bene – a proporre un cambiamento.

Chiudo tornando a Gratteri. Se davvero dovesse cedere alla tentazione di una candidatura politica, non farebbe altro che confermare la regola: in Italia nessuno resta fuori dalla politica abbastanza a lungo da poterne criticare i limiti con piena credibilità, dimostrerebbe di non saper esercitare il suo ruolo — eticamente imprescindibile — di terzietà e il suo volto di oggi sarebbe solo una maschera.

E allora il problema non è più chi vince o chi perde un referendum.

Il problema è che, mentre ci si conta, il Paese resta fermo.


venerdì, marzo 20, 2026

Post prova - la guerra USA - Israele - Iran

Non si può negare che Istraele e Stati Uniti siano gli aggressori 

Proviamo a fare una analisi economica sugli stati che si trovano coinvolti con un semplice confonto con L'Italia. Se cliccate sui link sono riportati grafici fatti sulla base di elaborazioni di dati della World Bank

Voglio provare il link 

e se metto quest'altro link

martedì, marzo 03, 2026

Sanremo 2026: l’intimità come rifugio e l’assenza del mondo

Premessa personale: non avendo competenze musicologiche specifiche, riporto qui un’analisi elaborata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, sulla base delle seguenti domande da me formulate a partire dai testi ufficiali delle canzoni:

·       il testo è comprensibile?

·       il testo ha una sua struttura formale?

·       il testo ha caratteristiche poetiche?

·       Il testo riferimento a tematiche sociali?

·        il testo ha espliciti riferimenti ad aspetti sessuali?

·       il testo fa espliciti riferimenti ad aspetti romantici?

 Quello che ho fatto è solo la preparazione del file con tutti itesti delle canzoni

 L’elaborazione nasce dunque da un dialogo critico, non da una pretesa di giudizio tecnico sulla musica. Mi sembra un ottimo esempio che ci deve far riflettere sulle potenzialità della IA.

Condivido quanto elaborato dalla AI, infatti il conduttore per dare "contenuto" al festival ha dato spazio ad ospiti della società civile. Altrimenti ben poca cosa....


Tabella sintetica di classificazione

Area tematica

Numero brani (su 30)

Caratteristica dominante

Amore romantico / promessa

9

Centralità del legame come progetto di vita

Amore nostalgico / rottura

7

Rimpianto, ossessione del ricordo

Amore passionale / conflittuale

5

Relazioni instabili, attrazione ambivalente

Amore filiale / memoria

2

Lutto, perdita, memoria affettiva

Satira sociale / identitaria

3

Ironia su costume e società

Riflessione esistenziale generazionale

4

Identità, tempo, senso di sé

Sessualità esplicita

2

Espressione diretta della fisicità

Forte poeticità simbolica

4

Linguaggio lirico e immagini strutturali

(Le categorie si sovrappongono: oltre due terzi dei brani ruotano attorno alla dimensione amorosa.)


1. Il grande assente: il mondo

Se si leggono insieme i testi di Sanremo 2026, la prima impressione è chiara: il mondo è sparito.

Non c’è economia.
Non c’è lavoro.
Non c’è conflitto sociale.
Non c’è tensione civile.

C’è la stanza.
C’è il letto.
C’è la notte.

Il Festival più mediatico del Paese, seguito da milioni di persone, sembra aver scelto deliberatamente di non raccontare la realtà collettiva. Non la nega: semplicemente la ignora.

Il pubblico diventa sfondo indistinto. Il privato diventa assoluto.


2. L’amore come anestetico culturale

L’amore domina i testi. Ma non è l’amore epico, non è l’amore tragico, non è l’amore rivoluzionario.

È un amore:

  • terapeutico,
  • consolatorio,
  • difensivo.

In una società che vive precarietà economica e disorientamento identitario, il legame affettivo viene presentato come ultimo spazio di sicurezza.

Ma anche questo spazio è fragile: molti brani parlano di ossessione, dipendenza, rottura, nostalgia.

Non c’è progetto.
C’è sopravvivenza emotiva.

L’amore non apre il futuro.
Lo rallenta.


3. L’ossessione del tempo e l’assenza del domani

Le parole “prima”, “per sempre”, “ora”, “ogni volta” ricorrono continuamente.

È un tempo ansioso.
Un tempo che scappa.

Ma manca il futuro come costruzione collettiva.
Manca l’idea di un domani condiviso.

Il tempo è vissuto come pressione individuale, non come orizzonte storico.

Questo è il segnale culturale più forte: la perdita della dimensione progettuale.


4. La fine dell’eroe e l’estetica della fragilità

I protagonisti delle canzoni sono:

  • vulnerabili,
  • confusi,
  • nostalgici,
  • emotivamente instabili.

Non c’è un soggetto forte.
Non c’è una volontà trasformativa.

La cultura pop di questo Festival è post-eroica.
Non ambisce a cambiare nulla.

Si limita a raccontare la fragilità.

Ma quando la fragilità diventa unico orizzonte narrativo, rischia di trasformarsi in alibi.


5. Una lettura più severa

Il problema non è che le canzoni parlino d’amore.
La canzone italiana ha sempre parlato d’amore.

Il problema è che parlano quasi solo di quello.

In un momento storico complesso, il Festival sceglie la neutralizzazione del conflitto. Sceglie la consolazione invece della tensione. Sceglie l’intimità invece della responsabilità.

Non è censura.
È auto-riduzione culturale.


Conclusione editoriale

Sanremo 2026 racconta un’Italia che non sogna più in grande.

Non sogna la giustizia.
Non sogna la trasformazione.
Non sogna il futuro.

Sogna di non soffrire troppo.

È un Festival che non disturba, non provoca, non apre fratture.
Accompagna.

Ma un grande evento culturale dovrebbe fare qualcosa di più:
dovrebbe interrogare il presente, non solo consolarlo.

Se la musica popolare è specchio della società, questo specchio ci restituisce un Paese ripiegato su sé stesso, emotivamente stanco, culturalmente prudente.

Non arrabbiato.
Non ribelle.
Semplicemente rassegnato.

E forse è proprio questa la nota più bassa del Festival.


venerdì, febbraio 20, 2026

TFS: da misura emergenziale a debito silenzioso

Il Trattamento di Fine Servizio non è una concessione dello Stato. Non è un premio. Non è una liberalità. È salario differito.

Eppure, nel pubblico impiego, quel salario viene pagato con anni di ritardo e spesso in più rate, senza un meccanismo di compensazione piena rispetto all’inflazione. La misura nasce in un contesto drammatico — quello della crisi del debito sovrano — ma ciò che colpisce non è tanto la sua origine quanto la sua permanenza.

Quando il differimento del TFS viene introdotto sotto il governo Berlusconi, con il ministro Tremonti, il Paese è nel pieno della tempesta finanziaria. I conti pubblici sono sotto pressione, lo spread condiziona ogni decisione, la priorità è evitare picchi di deficit e di fabbisogno. In quel contesto si può comprendere la scelta: diluire nel tempo una spesa significativa per evitare uno shock immediato sui conti.

Il governo tecnico guidato da Monti consolida quell’impostazione. Anche qui, la giustificazione è la stabilizzazione finanziaria.

Fin qui siamo nell’emergenza.

Ma le emergenze, per definizione, dovrebbero finire. Le misure nate per fronteggiarle dovrebbero essere riesaminate, ridiscusse, eventualmente superate. Invece il differimento del TFS è rimasto. Governi di centrodestra, governi tecnici, governi di centrosinistra, esecutivi sostenuti dal Movimento 5 Stelle, fino all’attuale governo Meloni: nessuno ha rimesso in discussione in modo strutturale il meccanismo.

Quando una misura sopravvive a maggioranze opposte e a stagioni politiche diverse, non è più emergenziale. È diventata parte dell’architettura ordinaria della finanza pubblica.

Il punto economico è semplice, quasi banale. Al momento del pensionamento l’INPS conosce con precisione l’importo complessivo del TFS maturato. Conosce il calendario delle rate. Conosce i tempi di liquidazione previsti dalla legge. Non siamo davanti a una grandezza incerta o stimata: è un credito determinato, con scadenze definite.

Ogni anno nuovi dipendenti pubblici maturano il TFS. Ogni anno lo Stato paga rate relative a pensionamenti precedenti. Il differimento non elimina il costo: lo distribuisce nel tempo. Se si guarda alla dinamica a regime, il meccanismo genera uno stock permanente di TFS maturati ma non ancora liquidati. Non è un’anomalia tecnica, è una scelta strutturale.

E qui emerge un elemento più delicato. Questo stock non appare come debito esplicito nel momento in cui matura. Viene registrato quando viene pagato. Dal punto di vista della contabilità pubblica è una gestione di cassa; dal punto di vista economico è salario già guadagnato e non ancora liquidato.

Il paradosso è evidente: se fosse un’impresa privata a pagare il trattamento di fine rapporto con anni di ritardo, parleremmo di tensione finanziaria. Lo Stato può farlo perché è legislatore e debitore insieme.

Si potrebbe obiettare che il TFS e il TFR sono istituti diversi. È vero sul piano giuridico. Ma entrambi rappresentano retribuzione maturata nel corso della vita lavorativa. Nel settore privato il TFR è accantonato e rivalutato; nel pubblico storico il TFS è finanziato a ripartizione e può essere liquidato con differimento pluriennale. La differenza non è nella natura del diritto, ma nel trattamento finanziario.

La questione diventa ancora più chiara se si considera la dimensione quantitativa. Ogni anno maturano miliardi di euro di TFS. Anche senza entrare in cifre ufficiali, l’ordine di grandezza è tale da incidere in modo non marginale sui conti pubblici. Il differimento consente di evitare picchi, ma a regime stabilizza un flusso di pagamenti che resta strutturalmente presente.

È qui che l’immagine del “naso di Pinocchio” diventa efficace: il debito non scompare, si allunga. Finché la misura è congiunturale, l’allungamento è temporaneo. Quando diventa permanente, si trasforma in una componente stabile del sistema.

La vera questione politica non è attribuire colpe a questo o a quel governo. È interrogarsi sul silenzio trasversale. Il TFS riguarda insegnanti, infermieri, funzionari, forze dell’ordine, magistrati, dirigenti. Non una categoria marginale, ma una parte significativa del servizio pubblico.

Eppure non esiste un dibattito pubblico strutturato su tre punti essenziali: l’ammontare complessivo dello stock maturato e non pagato; il costo di un eventuale riallineamento a una liquidazione più tempestiva; l’effetto redistributivo dell’erosione inflattiva sulle somme differite.

Non si tratta di fare polemica sterile. Si tratta di coerenza istituzionale. Se il TFS è salario differito, è un credito certo verso lo Stato. Se è un credito certo, dovrebbe essere trattato con la stessa trasparenza con cui si trattano altre obbligazioni pubbliche.

Una democrazia matura può decidere di diluire un pagamento per ragioni di equilibrio finanziario. Ma dovrebbe dirlo con chiarezza, mostrarne i numeri, discuterne apertamente. Il problema non è il costo in sé. Il problema è quando il costo diventa invisibile perché spostato nel tempo.

E ciò che è invisibile nei bilanci, prima o poi, riemerge nella realtà economica.


sabato, febbraio 14, 2026

Quel “volpone” di Trump

Ci sono molti aggettivi – non sempre lusinghieri – per definire la personalità di Donald Trump. Lascio al lettore la scelta. Tuttavia, un dato è difficilmente contestabile: per riuscire a farsi eleggere per la seconda volta è stato furbo come una volpe. Essere furbi, però, non coincide necessariamente con l’essere intelligenti nel senso strategico e sistemico del termine.

Con il suo marcato egocentrismo, Trump ha saputo catalizzare attorno a sé un consenso costruito su slogan semplici e potenti. Il motto “MAGA” – Make America Great Again – ha intercettato sentimenti diffusi di insoddisfazione. Ma gli Stati Uniti, dal punto di vista economico, non sono affatto un Paese in declino: il deficit della bilancia commerciale di beni e servizi negli USA continua a evidenziare un saldo negativo significativo, pari a decine di miliardi di dollari mensili negli ultimi mesi del 2025 (ad esempio circa −56,8 mld $ in novembre e −29,4 mld $ in ottobre) . Nel lungo periodo, la bilancia commerciale complessiva – includendo beni e servizi – ha registrato un deficit di quasi 926 miliardi $ nel 2024, confermando un disavanzo strutturale nelle relazioni commerciali con il resto del mondo .

Queste cifre sono rivelatrici: da un lato gli Stati Uniti esportano beni e soprattutto servizi con successo, dall’altro importano molto più di quanto esportino in termini di beni materiali, creando un saldo commerciale negativo che persiste da decenni .

Sul fronte della bilancia dei pagamenti, la situazione non è meno squilibrata. La bilancia dei pagamenti statunitense – che incorpora scambi commerciali, flussi di redditi e movimenti di capitale – continua a mostrare un deficit consistente dell’ordine di oltre un trilione di dollari nel 2024, secondo i dati della Banca Mondiale . Questo significa che la nazione attrae più capitali dall’estero (per investimenti, debito e reinvestimenti) di quanti ne esporti in termini complessivi di reddito e beni, riflettendo una dipendenza cronica da capitali stranieri e una persistente asimmetria nello scambio internazionale.

In questo contesto Trump ha saputo parlare alla “pancia” di una parte dell’elettorato: vi renderò più ricchi, non ci faremo più sfruttare, fermerò la concorrenza sleale dei lavoratori stranieri entrati illegalmente. Una strategia comunicativa efficace, ma non sufficiente. Per governare occorre anche l’appoggio della componente economico-finanziaria.

Come già osservato in un mio post precedente, Trump ha dato spazio a economisti di orientamento mercantilista che propongono una politica economica fondata su obiettivi quali:

  1. Riduzione del disavanzo della bilancia commerciale attraverso dazi e barriere;

  2. Miglioramento del saldo della bilancia dei pagamenti, attirando capitali esteri;

  3. Riorganizzazione dell’apparato amministrativo per ridurre i costi della gestione pubblica.

Tali obiettivi si perseguono aumentando le imposte alle importazioni, favorendo la redditività degli investimenti con tagli fiscali per le imprese e comprimendo la spesa pubblica corrente. Si tratta di strumenti tipici di una visione economica nazionalista e protezionistica: se le imprese producono di più in patria e gli investitori esteri continuano ad affluire, la crescita interna dovrebbe rafforzarsi.

Tuttavia, un programma così ambizioso richiede un significativo disimpegno dai fronti esterni per concentrare risorse sulla politica interna. Ed è qui che la differenza tra furbizia tattica e intelligenza strategica appare cruciale.

Gli Stati Uniti restano la prima potenza economica e militare mondiale. Trump ha probabilmente ritenuto che tali primati fossero sufficienti per imporre condizioni ai partner internazionali: usare la forza quando necessario, offrire incentivi economici quando conveniente, “comprare” stabilità per potersi poi disimpegnare. Ma il mondo non è più quello della contrapposizione bipolare tra USA e URSS: si è affermato un sistema multipolare in cui attori come Cina, Unione Europea e nuove potenze regionali cercano di ridefinire i rapporti di forza.

In questo scenario Trump è diventato, forse suo malgrado, il fulcro di un possibile cambiamento: la porta può aprirsi verso una nuova redistribuzione equilibrata dei rapporti internazionali o, al contrario, verso un periodo di instabilità profonda.

Esiste anche una terza possibilità: che la sua leadership venga logorata dall’interno, qualora coloro che lo hanno sostenuto ritengano insostenibili i costi economici e politici delle sue scelte.

Il punto più fragile resta la gestione dei conflitti – ad esempio quello russo-ucraino – che non possono essere risolti con semplici incentivi economici, ma richiedono una comprensione profonda delle dinamiche geopolitiche in gioco.

La componente geopolitica è diventata centrale, forse predominante, nella strategia trumpiana. Ma mentre sul piano interno il potere decisionale può essere relativamente concentrato, sulla scena internazionale ogni mossa incontra resistenze, equilibri e contropesi.

In conclusione, la personalità del presidente resta un fattore di rischio: un gesto impulsivo potrebbe avere conseguenze difficilmente prevedibili. Al contrario, un arretramento strategico verrebbe percepito come debolezza, con ripercussioni negative sulla fiducia degli investitori. Chi, infatti, investirebbe in un Paese percepito come politicamente instabile?

Probabilmente saremo testimoni di anni di profondi cambiamenti.
La speranza è che prevalga la razionalità sulle improvvisazioni.

That “Cunning Fox” Trump

There are many adjectives—often unflattering—used to describe Donald Trump’s personality. I leave the choice to the reader. One point, however, is difficult to deny: to have been elected a second time, he displayed undeniable tactical skill. He was cunning like a fox. Yet being cunning does not necessarily mean being intelligent in the strategic and systemic sense.

With his marked egocentrism, Trump managed to galvanize support around simple but powerful slogans. The motto “MAGA” – Make America Great Again – captured a widespread sense of dissatisfaction. From a strictly economic standpoint, however, the United States is not a country in decline.

That said, structural imbalances remain evident.

The U.S. trade balance in goods and services continues to show a persistent deficit. In 2024 the overall trade deficit approached 926 billion dollars, confirming a long-standing structural imbalance in trade relations with the rest of the world. Monthly data in late 2025 still show significant negative figures, with deficits measured in tens of billions of dollars. The United States exports highly competitive services, yet imports substantially more goods than it exports, generating a chronic trade gap.

The current account balance—within the broader balance of payments—also reflects this imbalance. The United States continues to record a sizeable current account deficit, exceeding one trillion dollars in 2024. In practical terms, this means the country absorbs more foreign capital—through debt, portfolio investment, and direct investment—than it exports in goods, services, and income flows. The American economy remains attractive to global capital, but structurally dependent on it.

In this context, Trump spoke effectively to the “gut instinct” of a dissatisfied segment of the electorate: I will make you richer; we will no longer be exploited; I will stop unfair competition from illegal foreign workers. It was an effective communication strategy—but governing requires more than rhetoric. It requires the support of financial and economic power structures.

As previously noted, Trump gave voice to economists with a distinctly mercantilist orientation, advocating an economic strategy built around three core objectives:

  1. Reducing the trade deficit through tariffs and protectionist measures;

  2. Improving the balance of payments by attracting capital inflows;

  3. Reorganizing the administrative apparatus to reduce public spending and contain welfare costs.

The policy instruments are familiar: raising or introducing new tariffs, strengthening domestic profitability through tax cuts for corporations, and streamlining bureaucracy to reduce fiscal burdens. It is a nationalistic and protectionist economic vision: produce more domestically, attract foreign capital, and reinforce internal growth.

However, such an ambitious domestic agenda requires a key precondition: the ability to disengage from external commitments and concentrate political and financial resources at home. And here the distinction between tactical cunning and strategic intelligence becomes decisive.

The United States remains the world’s leading economic and military power. Trump may have assumed that these primacies were sufficient to impose conditions internationally—using force when necessary, offering financial incentives when convenient, “buying” stability in order to disengage. But the world is no longer structured around the rigid bipolar balance between the United States and the Soviet Union. It is now multipolar, with actors such as China, the European Union, and emerging regional powers seeking to redefine global balances.

In this evolving system, Trump has become—perhaps inadvertently—the pivot of a historical door that may open in two opposite directions: toward a more balanced redistribution of international power, or toward deeper instability.

A third possibility also exists: that his leadership could erode from within if those who supported him judge the economic and political costs of his strategy too high.

The most fragile point remains the management of geopolitical conflicts—such as the Russian-Ukrainian war—which cannot be resolved solely through economic incentives. Wars involve identity, memory, and strategic positioning that go far beyond transactional calculations.

Geopolitics has thus become central—perhaps predominant—in Trump’s broader strategy. While domestic power can be exercised with relative concentration, international action is constrained by counterbalances, alliances, and competing interests.

In conclusion, the president’s personality remains a variable of uncertainty. An impulsive decision could produce unpredictable consequences. Conversely, a strategic retreat might be perceived as weakness, undermining investor confidence.

After all, who invests in a country perceived as politically unstable?

We are likely to witness years of profound transformation.
One can only hope that rational calculation prevails over improvisation.