lunedì, agosto 23, 2021

L’origine e cause della povertà delle nazioni. La religione – dati e metodologia

La World Bank (WB) fornisce una  base dati assai preziosa, in particolare ho elaborato i dati presenti nel dominio denominato  World Development Indicators sul sito https://databank.worldbank.org/source/world-development-indicators.

Per poter fare le elaborazioni ho scaricato i dati e poi li ho nuovamente caricati in un DB Access che mi ha permesso di integrare la tabella che riporta i caratteri descrittivi di tutti gli stati del mondo con l’informazione relativa alla religione praticata o riconosciuta dalla maggioranza della popolazione.

World Bank fornisce per a ciascuna delle 211 nazioni nel periodo che va dal 1960 al 2020 ben 1443 indicatori dello sviluppo. Si tratta quindi di oltre 20 milioni di dati, che ci permettono di fare molte ed approfondite elaborazioni.

Ho aggiunto l’indicatore “religione”, per ciascuna nazione, utilizzando la fonte WikipediA (nella versione inglese). Ho seguito due fonti. La prima fa riferimento alla pagina dal titolo State religion (https://en.wikipedia.org/wiki/State_religion). Per ogni stato presente nell’elenco è stata attribuita la religione “ufficiale”. Come è ben indicato nel testo non si tratta di stati teocratici, ma le costituzioni o gli ordinamenti giuridici riconoscono, nella libertà di culto, una o più religioni. Ho considerato gli Stati “Cristiani” raggruppando le diverse confessioni dai protestanti agli ortodossi.

Nella pagina web di cui sopra non è indicata la religione per tutte le 214 nazioni elencate in WB pertanto utilizzando WikipediA ho consultato la voce “religione” per ciascuna delle nazioni di cui è necessaria fare la classificazione. Per classificare le nazioni in relazione alla religione ho adottato i seguenti criteri:

ü  Stati cristiani; sono quelli nei quali più del 50% della popolazione si dichiara cristiana, può appartenere a diverse chiese dalla cattolica alla ortodossa. In questi stati vige la libertà di culto per tutte le religioni ma vi sono leggi che in diverse forme regolano, con una o più religioni, dei rapporti di tipo economico. Ad. esempio l’Italia fa parte di questo gruppo, il governo è sostanzialmente laico ma è vigente un concordato che regola i rapporti tra Vaticano, chiesa Cattolica, lo Stato italiano. Il Regno Unito è considerato uno stato cristiano perché la regina è anche a capo della chiesa Anglicana. Tra le 214 nazioni nessuna è una teocrazia cristiana. Per alcune nazioni fare questa classificazione non è stato facile.

ü  Stati islamici; sono quelli teocratici, la religione islamica elemento fondante per il governo del paese, es, Iran. Tra gli stati islamici sono compresi quelli, come per gli stati cristiani, nei quali la popolazione più del 50 % professa la religione islamica. Anche tra gli stati islamici ve ne sono di quelli nei quali, per legge, vige la libertà di culto come ad esempio nel Mali.

ü  Stati senza religione ufficiale; in questi stati la libertà di culto è sancita dalla costituzione ed inoltre non esiste una legislazione che regola eventuali rapporti con una o più religioni, se esiste una regolamentazione vale per tutte le religioni. Questo gruppo è molto articolato si va dagli Stati Uniti alla Russia, dall’ Kazakhstan (70% della popolazione è mussulmana) al Giappone (84 - 90% della popolazione Shintoista).

ü  Stati a religione politica; si tratta di quelle nazioni nella quali il governo è laico ma utilizza la religione per fini di opportunità politica. È un piccolo gruppo di stati ma molto importanti, vi appartiene la Cina, la Korea del sud e Singapore.

ü  Stati a religione buddista e induista; il criterio usato è analogo a quello degli stati cristiani o islamici, ovvero più del 50% della popolazione è di fede buddista o induista. La Kore del nord è una stato in cui prevale il confucianesimo, ma nel database della World Bank ci sono pochissimi dati per questa nazione e pertanto è stata esclusa dalle elaborazioni.

ü  Stato a religione ebraica; vi appartiene Israele. Volendo classificare le nazioni sulla base della religione è necessario considerare anche questo contesto molto particolare.

ü  Stati non classificabili; un piccolo gruppo di stati non si riescono proprio a classificare perché non è presente un gruppo prevalente di popolazione che professa una determinata religione sia perché sono in atto conflitti etico religiosi.

L’elenco completo delle nazione con la rispettiva classificazione per religione è riportato nella tabella disponibile al seguente link.

Al fine di operare confronti omogenei è stata verificata la presenza dei dati per le nazioni e per i due periodi analizzati, triennio 1999-2001 e il triennio 2017-2019. Il risultato di tale selezione ha determinato l’eliminazione di alcuni stati, pertanto l’analisi è stata condotta su 177 nazioni.

Il campione è altamente rappresentativo. In riferimento alla popolazione del 2019 il campione rappresenta il 96,6% del totale, in riferimento al PIL il campione rappresenta il 97,9 del totale.

Classificazione delle nazioni per religione e capacità reddituale

Religion

Income Group

Long Name

Region

Buddhism & Hinduism

Lower middle income

Democratic Socialist Republic of Sri Lanka

South Asia

Buddhism & Hinduism

Lower middle income

Kingdom of Bhutan

South Asia

Buddhism & Hinduism

Lower middle income

Kingdom of Cambodia

East Asia & Pacific

Buddhism & Hinduism

Upper middle income

Kingdom of Thailand

East Asia & Pacific

Buddhism & Hinduism

Lower middle income

Lao People's Democratic Republic

East Asia & Pacific

Buddhism & Hinduism

Lower middle income

Mongolia

East Asia & Pacific

Buddhism & Hinduism

Lower middle income

Nepal

South Asia

Buddhism & Hinduism

Lower middle income

Republic of India

South Asia

Buddhism & Hinduism

Upper middle income

Republic of Mauritius

Sub-Saharan Africa

Buddhism & Hinduism

Lower middle income

Republic of the Union of Myanmar

East Asia & Pacific

Christianity

High income

Antigua and Barbuda

Latin America & Caribbean

Christianity

Upper middle income

Argentine Republic

Latin America & Caribbean

Christianity

High income

Barbados

Latin America & Caribbean

Christianity

Lower middle income

Belize

Latin America & Caribbean

Christianity

Low income

Central African Republic

Sub-Saharan Africa

Christianity

Upper middle income

Commonwealth of Dominica

Latin America & Caribbean

Christianity

High income

Commonwealth of The Bahamas

Latin America & Caribbean

Christianity

Upper middle income

Co-operative Republic of Guyana

Latin America & Caribbean

Christianity

Low income

Democratic Republic of the Congo

Sub-Saharan Africa

Christianity

Upper middle income

Dominican Republic

Latin America & Caribbean

Christianity

High income

Federal Republic of Germany

Europe & Central Asia

Christianity

Upper middle income

Federative Republic of Brazil

Latin America & Caribbean

Christianity

High income

French Republic

Europe & Central Asia

Christianity

Upper middle income

Gabonese Republic

Sub-Saharan Africa

Christianity

Upper middle income

Georgia

Europe & Central Asia

Christianity

Upper middle income

Grenada

Latin America & Caribbean

Christianity

High income

Hellenic Republic

Europe & Central Asia

Christianity

High income

Hungary

Europe & Central Asia

Christianity

High income

Ireland

Europe & Central Asia

Christianity

High income

Italian Republic

Europe & Central Asia

Christianity

Upper middle income

Jamaica

Latin America & Caribbean

Christianity

High income

Kingdom of Denmark

Europe & Central Asia

Christianity

Lower middle income

Kingdom of Eswatini

Sub-Saharan Africa

Christianity

Lower middle income

Kingdom of Lesotho

Sub-Saharan Africa

Christianity

High income

Kingdom of Norway

Europe & Central Asia

Christianity

High income

Kingdom of Spain

Europe & Central Asia

Christianity

High income

Kingdom of Sweden

Europe & Central Asia

Christianity

Lower middle income

People's Republic of Angola

Sub-Saharan Africa

Christianity

High income

Portuguese Republic

Europe & Central Asia

Christianity

High income

Principality of Andorra

Europe & Central Asia

Christianity

High income

Principality of Monaco

Europe & Central Asia

Christianity

High income

Puerto Rico

Latin America & Caribbean

Christianity

Upper middle income

Republic of Armenia

Europe & Central Asia

Christianity

High income

Republic of Austria

Europe & Central Asia

Christianity

Upper middle income

Republic of Botswana

Sub-Saharan Africa

Christianity

Upper middle income

Republic of Bulgaria

Europe & Central Asia

Christianity

Low income

Republic of Burundi

Sub-Saharan Africa

Christianity

Lower middle income

Republic of Cabo Verde

Sub-Saharan Africa

Christianity

Lower middle income

Republic of Congo

Sub-Saharan Africa

Christianity

Upper middle income

Republic of Costa Rica

Latin America & Caribbean

Christianity

High income

Republic of Cyprus

Europe & Central Asia

Christianity

Upper middle income

Republic of Ecuador

Latin America & Caribbean

Christianity

Lower middle income

Republic of El Salvador

Latin America & Caribbean

Christianity

Upper middle income

Republic of Equatorial Guinea

Sub-Saharan Africa

Christianity

Upper middle income

Republic of Fiji

East Asia & Pacific

Christianity

High income

Republic of Finland

Europe & Central Asia

Christianity

Lower middle income

Republic of Ghana

Sub-Saharan Africa

Christianity

Upper middle income

Republic of Guatemala

Latin America & Caribbean

Christianity

High income

Republic of Iceland

Europe & Central Asia

Christianity

Lower middle income

Republic of Kenya

Sub-Saharan Africa

Christianity

Lower middle income

Republic of Kiribati

East Asia & Pacific

Christianity

High income

Republic of Latvia

Europe & Central Asia

Christianity

High income

Republic of Lithuania

Europe & Central Asia

Christianity

Low income

Republic of Madagascar

Sub-Saharan Africa

Christianity

Low income

Republic of Malawi

Sub-Saharan Africa

Christianity

High income

Republic of Malta

Middle East & North Afric

Christianity

Upper middle income

Republic of Moldova

Europe & Central Asia

Christianity

Low income

Republic of Mozambique

Sub-Saharan Africa

Christianity

Upper middle income

Republic of Namibia

Sub-Saharan Africa

Christianity

Upper middle income

Republic of North Macedonia

Europe & Central Asia

Christianity

Upper middle income

Republic of Panama

Latin America & Caribbean

Christianity

Upper middle income

Republic of Paraguay

Latin America & Caribbean

Christianity

Upper middle income

Republic of Peru

Latin America & Caribbean

Christianity

High income

Republic of Poland

Europe & Central Asia

Christianity

Low income

Republic of Rwanda

Sub-Saharan Africa

Christianity

High income

Republic of San Marino

Europe & Central Asia

Christianity

High income

Republic of Seychelles

Sub-Saharan Africa

Christianity

High income

Republic of Slovenia

Europe & Central Asia

Christianity

Upper middle income

Republic of South Africa

Sub-Saharan Africa

Christianity

Upper middle income

Republic of Suriname

Latin America & Caribbean

Christianity

Upper middle income

Republic of the Marshall Islands

East Asia & Pacific

Christianity

High income

Republic of Trinidad and Tobago

Latin America & Caribbean

Christianity

Low income

Republic of Uganda

Sub-Saharan Africa

Christianity

Lower middle income

Republic of Vanuatu

East Asia & Pacific

Christianity

Lower middle income

Republic of Zambia

Sub-Saharan Africa

Christianity

Lower middle income

Republic of Zimbabwe

Sub-Saharan Africa

Christianity

Lower middle income

Samoa

East Asia & Pacific

Christianity

Lower middle income

Solomon Islands

East Asia & Pacific

Christianity

High income

St. Kitts and Nevis

Latin America & Caribbean

Christianity

Upper middle income

St. Lucia

Latin America & Caribbean

Christianity

Upper middle income

St. Vincent and the Grenadines

Latin America & Caribbean

Christianity

High income

The Bermudas

North America

Christianity

Upper middle income

Tuvalu

East Asia & Pacific

Christianity

Lower middle income

Ukraine

Europe & Central Asia

Christianity

High income

United Kingdom of Great Britain and Northern Irela

Europe & Central Asia

Christianity

Upper middle income

United Mexican States

Latin America & Caribbean

Christianity

Lower middle income

United Republic of Tanzania

Sub-Saharan Africa

Islam

Lower middle income

Arab Republic of Egypt

Middle East & North Afric

Islam

Upper middle income

Bosnia and Herzegovina

Europe & Central Asia

Islam

High income

Brunei Darussalam

East Asia & Pacific

Islam

Low income

Burkina Faso

Sub-Saharan Africa

Islam

Upper middle income

Hashemite Kingdom of Jordan

Middle East & North Afric

Islam

Lower middle income

Islamic Republic of Iran

Middle East & North Afric

Islam

Lower middle income

Islamic Republic of Mauritania

Sub-Saharan Africa

Islam

Lower middle income

Islamic Republic of Pakistan

South Asia

Islam

High income

Kingdom of Bahrain

Middle East & North Afric

Islam

Lower middle income

Kingdom of Morocco

Middle East & North Afric

Islam

High income

Kingdom of Saudi Arabia

Middle East & North Afric

Islam

Lower middle income

Kyrgyz Republic

Europe & Central Asia

Islam

Upper middle income

Lebanese Republic

Middle East & North Afric

Islam

Upper middle income

Malaysia

East Asia & Pacific

Islam

Lower middle income

People's Democratic Republic of Algeria

Middle East & North Afric

Islam

Lower middle income

People's Republic of Bangladesh

South Asia

Islam

Upper middle income

Republic of Azerbaijan

Europe & Central Asia

Islam

Low income

Republic of Chad

Sub-Saharan Africa

Islam

Low income

Republic of Guinea

Sub-Saharan Africa

Islam

Low income

Republic of Guinea-Bissau

Sub-Saharan Africa

Islam

Lower middle income

Republic of Indonesia

East Asia & Pacific

Islam

Upper middle income

Republic of Iraq

Middle East & North Afric

Islam

Upper middle income

Republic of Maldives

South Asia

Islam

Low income

Republic of Mali

Sub-Saharan Africa

Islam

Lower middle income

Republic of Tajikistan

Europe & Central Asia

Islam

Low income

Republic of The Gambia

Sub-Saharan Africa

Islam

Low income

Republic of the Sudan

Sub-Saharan Africa

Islam

Lower middle income

Republic of Tunisia

Middle East & North Afric

Islam

Upper middle income

Republic of Turkey

Europe & Central Asia

Islam

Lower middle income

Republic of Uzbekistan

Europe & Central Asia

Islam

Upper middle income

Socialist People's Libyan Arab Jamahiriya

Middle East & North Afric

Islam

High income

State of Kuwait

Middle East & North Afric

Islam

High income

Sultanate of Oman

Middle East & North Afric

Islam

Upper middle income

Turkmenistan

Europe & Central Asia

Islam

Lower middle income

Union of the Comoros

Sub-Saharan Africa

Islam

High income

United Arab Emirates

Middle East & North Afric

Islam

Lower middle income

West Bank and Gaza

Middle East & North Afric

Jewish state

High income

State of Israel

Middle East & North Afric

No official religion

High income

Canada

North America

No official religion

High income

Commonwealth of Australia

East Asia & Pacific

No official religion

High income

Czech Republic

Europe & Central Asia

No official religion

Lower middle income

Federated States of Micronesia

East Asia & Pacific

No official religion

High income

Grand Duchy of Luxembourg

Europe & Central Asia

No official religion

High income

Japan

East Asia & Pacific

No official religion

High income

Kingdom of Belgium

Europe & Central Asia

No official religion

High income

Kingdom of the Netherlands

Europe & Central Asia

No official religion

Upper middle income

Kingdom of Tonga

East Asia & Pacific

No official religion

Upper middle income

Montenegro

Europe & Central Asia

No official religion

High income

Oriental Republic of Uruguay

Latin America & Caribbean

No official religion

Lower middle income

Plurinational State of Bolivia

Latin America & Caribbean

No official religion

Upper middle income

Republic of Albania

Europe & Central Asia

No official religion

Upper middle income

Republic of Belarus

Europe & Central Asia

No official religion

Lower middle income

Republic of Cameroon

Sub-Saharan Africa

No official religion

High income

Republic of Chile

Latin America & Caribbean

No official religion

Upper middle income

Republic of Colombia

Latin America & Caribbean

No official religion

Upper middle income

Republic of Cuba

Latin America & Caribbean

No official religion

High income

Republic of Estonia

Europe & Central Asia

No official religion

Upper middle income

Republic of Kazakhstan

Europe & Central Asia

No official religion

Lower middle income

Republic of Nicaragua

Latin America & Caribbean

No official religion

Low income

Republic of Niger

Sub-Saharan Africa

No official religion

Lower middle income

Republic of Senegal

Sub-Saharan Africa

No official religion

Upper middle income

Republic of Serbia

Europe & Central Asia

No official religion

Low income

Republic of Sierra Leone

Sub-Saharan Africa

No official religion

Lower middle income

Republic of the Philippines

East Asia & Pacific

No official religion

Upper middle income

Romania

Europe & Central Asia

No official religion

Upper middle income

Russian Federation

Europe & Central Asia

No official religion

High income

Slovak Republic

Europe & Central Asia

No official religion

Lower middle income

Socialist Republic of Vietnam

East Asia & Pacific

No official religion

High income

Switzerland

Europe & Central Asia

No official religion

Lower middle income

The Independent State of Papua New Guinea

East Asia & Pacific

No official religion

High income

United States of America

North America

Not classified

Low income

Federal Democratic Republic of Ethiopia

Sub-Saharan Africa

Not classified

Lower middle income

Federal Republic of Nigeria

Sub-Saharan Africa

Not classified

Lower middle income

Republic of Benin

Sub-Saharan Africa

Not classified

Low income

Republic of Togo

Sub-Saharan Africa

Political religions

High income

Hong Kong Special Administrative Region of the Peo

East Asia & Pacific

Political religions

High income

Macao Special Administrative Region of the People'

East Asia & Pacific

Political religions

Upper middle income

People's Republic of China

East Asia & Pacific

Political religions

High income

Republic of Korea

East Asia & Pacific

Political religions

High income

Republic of Singapore

East Asia & Pacific

mercoledì, agosto 11, 2021

L’origine e cause della povertà delle nazioni: tassa / imposta sui colossi del web.

Il post del 22 maggio iniziava con un riferimento alla proposta del segretario del PD Enrico letta, di ripristinare la tassa / imposta di successione per finanziare un bonus di 10.000 euro da dare ai giovani.

È stato il “pretesto per riflettere” su cosa sono le tasse e cosa sono le imposte.

Che cosa poi ci faranno i giovani con questi 10.000 euro io non l’ho capito.

La proposta Letta è piccola cosa rispetto all’accordo raggiunto dal G7 per una tassa / imposta per le grandi multinazionali.

Queste decisioni “globali” possono provocare danni immensi. Possono minacciano la democrazia, perchè diventano il “tarlo” che corrode i principi di libertà e progresso.

I toni sulla stampa nazionale, commentando l’accordo, sono spesso trionfali. Finalmente i super ricchi, i padroni delle multinazionali, pagheranno le tasse e i governi potranno distribuire quello che incassano ai poveri con servizi migliori e più efficaci piani di assistenza.

L’adozione di una tassa globale presenta aspetti applicativi non indifferenti perché è necessaria la trasparenza di tutte le transazioni e la tracciabilità i dei flussi finanziari tra tutte le nazioni del mondo. Al momento si valuta che sono più di 130 paesi che dovrebbero essere coinvolti in questa grande operazione di tassazione globale. Le grandi multinazionali sarebbero più di 100.

Chi è interessato ad avere un “quadro” globale sulla futura global tax può scaricare il documento sul sito dell’OECD https://www.oecd.org/tax/beps/brochure-addressing-the-tax-challenges-arising-from-the-digitalisation-of-the-economy-july-2021.pdf

I governi negli ultimi 10-15 anni hanno adottato, dopo la crisi finanziaria del 2008 e la successiva crisi economica, piani di finanziamento pubblico imponenti. Hanno immesso nel sistema economico una massa di liquidità impressionante. L’obiettivo era quello di far ripartire l’economia mondiale facendo crescere il PIL. Gli stati più virtuosi hanno utilizzato questi soldi per investimenti produttivi. In altri stati tra cui l’Italia, governi deboli, hanno perseguito politiche rivolte ad accrescere il consenso popolare. Una gara a chi la “sparava” più grossa. Basta tassa sulla casa es. abolizione dell’ICI o IMU; anticipazione al reddito da pensione, es. “quota 100”; welfare per i giovani, es. “reddito di cittadinanza”; una pioggia di agevolazioni fiscali per spese su investimenti, dalla detraibilità degli ammortamenti ai vari “bonus” di cui ormai abbiamo perso il conto sia per settori convolti, dal recente acquisto per i televisori al 110% per le ristrutturazioni “ambientali” degli edifici.

I governi, sia quelli virtuosi sia per quelli tipo “cicala” si stanno rendendo conto che devono elaborare piani di “rientro” finanziari, perché nel lungo periodo si corre il rischio di un dissesto globale dalle conseguenze drammatiche.

Economia globale uguale a tassazione globale diventa, pertanto, una equazione inevitabile.

Mi pongo un quesito, mosso da principi economici liberali, è equo che ogni attività produttiva con una diffusione globale in un mondo globale, che genera profitto, sia soggetta a tassazione?

La “global tax” può diventare lo strumento della anti globalizzazione perché le scelte imprenditoriali saranno condizionate dai differenti sistemi fiscali dei singoli paesi (vedi “secondo pilastro” della proposta).

La globalizzazione, pur con tante contraddizioni e tanti limiti, ha determinato una crescita senza precedenti, se ora la rinneghiamo vuol dire che si tornerà ad adottare politiche protezionistiche e dal protezionismo all’autarchia il passo è breve, molto breve.

In un mondo globale la distribuzione della ricchezza non deve realizzarsi mediante politiche fiscali, che tanto piacciono ai burocrati, ma utilizzando gli strumenti dell’economia sociale. Dobbiamo dare operatività concreta alle tante autonome organizzazioni mondiali per intervenire sulle diseguaglianze. I governi sono troppo condizionati dalle lobbie che le sostengono.

venerdì, luglio 16, 2021

La pandemia, effetti demografici: in due anni è “sparita” la popolazione di una provincia.

Il 22 gennaio 2020, poco prima che “scoppiasse” la pandemia da Covid-19 ho scritto due post che riguardano il futuro demografico dell’Italia. (vedi https://www.blogger.com/blog/post/edit/21348721/6948012007139774691). I due post prendevano in considerazione due studi previsionali sulla popolazioni, il primo realizzato dall’ONU che stima la popolazione mondiale, per area geografica e nazione al 2100; il secondo dell’Istat stima la popolazione italiana dal 2018 al 2065.

Le stime sulla popolazione fatte dai due studi non sono coincidenti, ma mettono in evidenza come la popolazione italiana sia in calo. Al 2065 l’ONU stima per l’Italia come molto probabile una popolazione di 48,5 milioni di abitanti mentre l’Istat più ottimisticamente ne stima 53,7 milioni.

Il 9 luglio scorso il Presidente dell’Istat prof. Gian Carlo Blangiardo ha illustrato il “Rapporto annuale 2021. La situazione del Paese”. La pubblicazione è disponibile sul sito dell’Istat all’indirizzo https://www.istat.it/it/archivio/258983. Il tomo di 271 pagine descrive la situazione del paese tenuto conto degli effetti della pandemia. Tra i vari argomenti a carattere economico e sociale si fa riferimento alle dinamiche demografiche natalità, mortalità e flussi migratori sia interni che esterni.

I dati diffusi sono dettagliati per quanto riguarda la natalità e la mortalità. Nel 2020 si registra un minimo storico nella natalità, poco più di 400 mila nati, un picco della mortalità con oltre 740 mila morti, che rappresenta un massimo dopo l’ultimo conflitto mondiale. In modo molto più sfumato viene trattato l’aspetto dei flussi migratori. Una nota di Istat afferma che le attuali elaborazioni hanno ancora un carattere provvisorio perché è necessario del tempo per analizzare le differenti posizioni e situazioni.

Sul sito dell’Istat (http://dati.istat.it/#) sono già disponibili i dati sulla popolazione residente al 1° gennaio 2021 e analizzando il periodo 1° gennaio 2019 – 1° gennaio 2021 possiamo quantificare gli effetti globali della pandemia in termini di popolazione.

I dati sotto riportati tengono conto della natalità, della mortalità e del saldo anagrafico dovuto alla migrazione e ad altri motivi:

Anno

Popolazione al 1° gennaio

2019

        59.816.673

2020

        59.641.488

2021

        59.257.566

La differenza tra la popolazione presente il 1° gennaio 2019 e quella presente il 1° gennaio 2021 è pari a 559.107 individui. Il calo della natalità e l’aumento della mortalità sono noti ma la variazione così rilevate è dovuta al crollo dei flussi migratori.

Faccio presente che il numero di abitanti “persi” corrisponde alla intera popolazione di una provincia come Cuneo, (detta la provincia “grande”), Como, Pavia, Reggio Emilia, Firenze, Salerno e Catania.

Se il calo demografico dovesse mantenere un simile trend nel “fatidico” 2050, anno nel quale l’Europa e di conseguenza l’Italia diventa tutta “green” la popolazione sarebbe di poco superiore ai 30 milioni.

Questo scenario è, a mio parere, sconvolgente.

Diventa quasi inutile mobilitare enormi risorse per il “green deal”, il calo della popolazione e quindi dei “consumatori” si ripercuote su ogni aspetto di questa società. Minori consumi energetici, minori consumi alimentari e quindi più terra a disposizione per una nuova forestazione con conseguente cattura naturale del carbonio. Minore impatto di tutti i mezzi della produzione. Si dovranno ridefinire modelli di distribuzione territoriale degli abitanti. In primo luogo si dovrà decidere se favorire la presenza della popolazione anche nelle aree rurali che naturalmente si andranno a spopolare.

La presenza antropica è importante per evitare, nel breve periodo, gravi fenomeni di dissesto dovuti alla mancata manutenzione e salvaguardia di ambienti che con l’abbandono dovranno “ritrovare” nuovi equilibri ambientali, che si ottengono in tempi molto lunghi.

Il peso economico relativo dell’enorme indebitamento che stiamo facendo oggi per investimenti “green” potrebbe diventare insostenibile per le generazioni future.

Il calo demografico riguarderà soprattutto i giovani o comunque gli individui in età lavorativa e saranno proprio queste fasce di età a dover sopportatore oneri fiscali rilevantissimi. È difficile pensare che gli anziani possano essere gravati di oneri fiscali rilevanti tenuto conto che avranno compensi previdenziali ridotti. Ricordo che il sistema pensionistico italiano si finanzia con la forza lavorativa in essere e solo una parte deriva dagli accantonamenti fatti durante il fase lavorativa. Una situazione di questo tipo potrebbe diventare socialmente lacerante e foriera di tensioni paragonabili a quelle che hanno portato alla Rivoluzione Francese, soffocante peso dello stato e rilevanti diseguaglianze socio economiche.

In termini economici e finanziari un orizzonte temporale si 40 anni è di lungo periodo ma assolutamente compatibile con moltissimi tipi di investimenti. Chi compra oggi una abitazione di nuova costruzione considera di poterla usare anche tra 40 anni. Per quasi tutti gli investimenti strutturali pubblici, strade, ponti ferrovie, scuole, ecc.. si considera un tempo compreso tra i 30 e i 50 anni.

Ai nostri politici tanto impegnati nelle politiche “green” chiedo di tener conto degli aspetti demografici per fare scelte più ponderate e “sostenibili”.

mercoledì, giugno 30, 2021

Due rivoluzioni

Sono nato nel 1954, mi sarebbe piaciuto nascere 200 anni prima.

Non era facile sopravvivere ai primi anni di vita, una banale infezione batterica poteva ucciderti per non parlare delle tante malattie virali per le quali non c’era alcuna cura, solo le preghiere.

Nel pieno della mia vita averi però assistito ai due più grandi avvenimenti che plasmano la società attuale: la rivoluzione americana e la rivoluzione francese.

Oggi mi tocca leggere della stucchevole lite tra un ex pseudo comico che ha voluto fare il rivoluzionario senza fare la rivoluzione e un ex Presidente del Consiglio, molto esperto nella attività “lobbistica” tipica del professori universitari (questa la conosco, credetemi).

Grillo con 300 parlamentari non ha combinato nulla, perché ognuno ha dedicato la maggior parte del proprio tempo proprio a quei maneggi politici che tanto disprezzavano. La ragione di ciò è dovuta alla generale scarsa preparazione, al basso livello culturale, alle scarse conoscenze della storia e delle più elementari teorie in campo economico e sociale. Queste mie considerazioni si basano sulla modestia e inconsistenza dei provvedimenti approvati sino ad ora dal Parlamento.

Veniamo a Conte. Ieri professore universitario, oggi Presidente del Consiglio. Intendiamoci, non è uno stupido e ha imparato in fretta, ma anche lui è figlio di questi tempi in cui i politici “tirano a campare”, a tenersi stretta la poltrona

Chi vuole cambiare veramente il mondo non se ne sta certo in un aula del Parlamento.

Questa è la grande differenza tra l’oggi e quel fine ‘700 (4 luglio 1776 – 14 luglio 1789).

I rappresentanti del popolo riuniti in assemblee hanno cercato di plasmare le società perché uomini e donne liberi potessero conseguire la felicità e il benessere.

Oggi i nostri rappresentati si riuniscono per fare soprattutto gli affari loro.

Che tristezza….

venerdì, giugno 18, 2021

Il DDL su agricoltura “biodinamica”, una figuraccia tutta italiana.

I prodotti agricoli biologici sono ottenuti nel rispetto di una normativa europea consolidata. Si consulti il sito

https://ec.europa.eu/info/food-farming-fisheries/farming/organic-farming/becoming-organic-farmer_it

e si potranno avere tutte le informazioni di dettaglio.

Da un punto di vista chimico e biochimico i prodotti “biologici” non sono differenti da quelli ottenuti con tecniche agronomiche convenzionali, così come ha scritto nelle Linee guida per una sana alimentazione  il Centro di Ricerca e Nutrizione del CREA (Centro di Ricerca in Agricoltura e anali dell’economia Agraria) a pag. 49 scrive: “Dal punto di vista nutrizionale, ad oggi, la ricerca non ha riscontrato differenze compositive significative tra prodotti biologici e convenzionali”

In definitiva la produzione biologica è una “tecnica produttiva” che deve essere certificata, da un ente terzo, in quanto mancano riscontri oggettivi e scientificamente dimostrabili in grado di identificarli. Facciamo un esempio: se compro una patata “bio” e una patata “non bio”, posso fare tutte le analisi chimiche e microbiologiche, attualmente note, ma non troverò valori differenti. Eventualmente nella patata “non bio” potrò trovare dei residui di fitofarmaci entro i livelli stabiliti dalla legge che non si devono trovare nelle patate “bio”. In ogni caso non è detto che in una produzione convenzionale si trovino residui. Altro esempio, il latte destinato a Parmigiano Reggiano è identico sia che provenga da una produzione convenzionale che da una produzione “bio”.

Il consumatore è “attratto” dalla produzione “bio” perché ha fatto sua la cosiddetta “norma di precauzione”, ovvero, siccome al momento non ci sono prove scientifiche che un eventuale fattore utilizzato per la produzione possa, in futuro, provocare danni alla mia salute preferisco non rischiare e consumare un prodotto ottenuto secondo tecniche certificate.

Attenzione, produzione “bio” non vuol dire prodotto ottenuto senza impiego di fertilizzanti o fitofarmaci, ma ottenuto con determinati prodotti che attualmente si ritengono praticamente innocui, o comunque senza alcuna conseguenza per la salute umana.

Il “bio” può piacere o non piacere, però se c’è chi lo vuole e lo paga nessun problema.

Siccome i parlamentari che ci rappresentano in Italia e in Europa ci tengono alla salute dei propri elettori hanno ritenuto opportuno “sostenere” le produzioni certificate con aiuti e sovvenzioni. Di soldi se ne spendono tanti e per tante stupidaggini, non è certamente il “biologico” che ci manda in rovina.

Veniamo ora al “biodinamico”. Qui le cose si complicano. Non solo dobbiamo fare riferimento alla “norma di precauzione” ma anche a quelle credenze che nulla hanno a che fare con la scienza ma che, per alcuni o in alcune circostante, fanno parte della nostra vita.

Quale dimostrazione scientifica ha la credenza che porta iella il gatto nero che ti attraversa la strada?. E ancora, è bello vedere una stella cadente ma si mai avverato il desiderio che avete immaginato e non detto? È bello crederci, per un attimo, un sogno ad occhi aperti, e per quella frazione di tempo siamo appagati e felici. Ognuno di noi può credere che le pratiche esoteriche della agricoltura biodinamica rappresentano una tecnica produttiva che ci fa sentire in armonia con il cosmo. Possiamo credere alle streghe ma la questione è diventata grave quando la Chiesa ha deciso, per legge, che le streghe dovevano essere bruciate vive.

La nostra società si è evoluta e oggi a nessuno verrebbe in mente di fare una legge che stabilisce chi è strega e chi no.

Le norme attuali consentono all’associazione dei produttori biodinamici di darsi uno statuto nel quale sono stabilite le regole del biodinamico e possono anche attivarsi con tutte le forme di controllo e di pubblicità per il loro prodotto.

Non possono però pretendere che un parlamento legiferi sul “nulla”, su “credenze” sarebbe un precedente pericolosissimo.

Passare dal biodinamico al “bruciamo le streghe” il passo è più corto di quello che sembra.

L’Italia, che in questo momento ha chiesto e ottenuto oltre 200 miliardi di euro per l’innovazione tecnologica e la conversione ad una economia “sostenibile” corre il rischio di perdere tutta la credibilità e l’affidabilità che ha riscosso grazie all’autorevolezza del premier Draghi.

I nostri parlamentari devono tener conto di questo aspetto prima di approvare il DDL che contempla le norme sulla produzione "biodinamica"

 


sabato, maggio 22, 2021

Origine e cause della povertà delle nazioni. - Premessa

L’origine e le cause della povertà delle nazioni sono: la corruzione, sia pubblica che privata; le ingiustizie, dovute sia alla inefficienza del sistema giudiziario sia a leggi inique; le imposte e le tasse.

Il recente dibattito sulla proposta del Segretario del PD Letta di ripristinare la tassa di successione per i patrimoni che ammontano a più di un milione di euro mi ha “stimolato” in questa riflessione sulle imposte e tasse come causa della povertà di una nazione.

La fiscalità distingue le imposte dalle tasse. In pratica sono sempre soldi che i cittadini devono versare allo stato o alla pubblica amministrazione. Con i soldi che lo stato incassa con le imposte ci fa quello che vuole. Ad esempio finanzia la costruzione di opere pubbliche, ci paga l’istruzione, la ricerca, l’esercito ecc.. Quando si paga una tassa invece i soldi servono per pagare un servizio specifico, cosi sono le tasse universitarie, lo studente iscritto paga una tassa per pagare in tutto o in parte il servizio che riceve. Sono tasse quelle che paghiamo per lo smaltimento dei rifiuti, di esempi ce ne sono tanti.

Distinguere le imposte dalle tasse è importante purtroppo usiamo spesso i due termini come sinonimi.

La proposta di Enrico Letta fa riferimento alla tassa di successione, infatti la destinazione del gettito fiscale, derivato da tale entrata, consiste in una “dote” di 10.000 euro per i diciottenni o almeno ad una grande maggioranza di loro. Questa tassa avrebbe pertanto l’obiettivo di ridistribuire una certa quantità di ricchezza sulla base del principio solidaristico previsto, in costituzione, dal nostro sistema fiscale. Chi più ha più paga ed inoltre al fine di garantire benessere e felicità deve operare una redistribuzione della ricchezza e ciò avviene con un sistema complesso di leggi che possiamo genericamente definire welfare. Si va dalle pensioni di invalidità alla cassa integrazione e via di questo passo.

È possibile chiedersi, sulla base degli esempi fatti in precedenza, se le tasse sono più giuste delle imposte?.

Per possedere un certo bene ogni individuo è disposto a scambiarlo con una certa quantità di moneta, quindi appare logico che se lo stato o un qualsiasi ente pubblico mi fornisce un servizio specifico posso anche essere disposto a corrispondere un certo importo. L’importo della tassa è in ogni caso fissato da norme e ha valore coattivo,  mentre nel caso di una relazione tra individui il passaggio del bene o la fornitura di un servizio avviene sulla base dello scambio che si basa sull’utilità che l’individuo trae dal bene o dal servizio.

Più difficile da digerire è l’imposta. Se vado in banca per un prestito di 100.000 euro, la prima domanda che mi fa il funzionario è: “ma con questi soldi che cosa ci vuole fare?”. Alla domanda devo dare risposte certe, tipo i soldi mi servono per comprare casa, oppure devo comprare un macchinario nuovo per la mia fabbrica che mi permette di produrre meglio e a più basso costo. Se la mia risposta è generica, ovvero: “dammi i soldi che poi ci penserò”, potete ben immaginare la risposta del funzionario.

Lo stato quando ci chiede soldi per pagare le imposte non ha le idee molto chiare su come e dove spende i soldi, sa solo che gli servono. Ha una lista talmente lunga di impegni di spesa che li deve destinare un po' qui e un po' li ed inoltre non gli bastano mai perché più incassa e più spende.