sabato, gennaio 31, 2026

Donald Trump: Dictator-President, Absolutist, a Modern Sun King? Perhaps.

 Donald Trump accomplishes something remarkable every single day: he compels the world to focus on him. It does not matter what he says or does — what matters is that people talk about it. This is a modern form of power: saturating the public space, personalizing every issue, turning politics into a permanent stage.

I listened to his speech at the World Economic Forum in Davos. Had he not been the President of the United States, some might have considered the performance unbalanced. Not so much because of the substance — controversial yet legitimate — but because of the tone. Addressing the President of the Swiss Confederation simply as “the lady,” without acknowledging her office or name, is not a trivial slip. It reflects a particular view of authority: power that does not instinctively recognize other powers as equals.

For some time, I have had the impression that Trump looks more to the seventeenth century than to the twenty-first. His model is neither liberal nor multilateral; it is mercantilist. It echoes Jean-Baptiste Colbert, finance minister to Louis XIV — the Sun King.

The pattern is clear:

  • High tariffs on imported goods with significant added value.

  • Selective openness to raw materials useful to domestic industry.

  • Protection and promotion of favored national champions.

  • A declared war on bureaucracy that often results in greater centralization of control.

  • Strengthening of executive power and marginalization of intermediary institutions.

  • Persistent pressure on allies and rivals alike to redefine spheres of influence.

Louis XIV pursued such a strategy with short-term success. The royal treasury grew. France’s power expanded. State-sponsored monopolies flourished. Yet the system generated deep structural imbalances: wealth concentrated at the top, mounting social strain below.

History does not repeat itself — but certain dynamics do.

Trump may well succeed, at least temporarily, in restructuring American power. He may reshore industries, impose tariffs, and coerce trading partners. But if the gains remain concentrated among oligarchs and major corporate actors, the social cost will eventually surface.

In the seventeenth and eighteenth centuries, it took generations for accumulated tensions to erupt. Today, systemic reactions unfold far more rapidly. Economic cycles, financial markets, and digital communication compress time.

Aspiring to be the “Sun King” of the twenty-first century may be rhetorically appealing.
But the sun, when it burns too intensely, consumes what it is meant to illuminate.

An old warning still applies:
those who rise too high risk falling with equal force.

History is not a museum. It is a caution.

venerdì, gennaio 30, 2026

Donald Trump: presidente-dittatore, assolutista, Re Sole? Mah…

Donald Trump riesce in un’impresa quotidiana: costringere il mondo ad occuparsi di lui. Non importa cosa dica o faccia — conta che se ne parli. È una forma moderna di potere: saturare lo spazio pubblico, personalizzare ogni dinamica, trasformare la politica in palcoscenico permanente.

Ho ascoltato il suo intervento al Forum di Davos. Se non fosse il presidente degli Stati Uniti, qualcuno avrebbe pensato a un leader fuori controllo. Non tanto per i contenuti — discutibili ma legittimi — quanto per il tono. Rivolgersi alla Presidente della Confederazione Elvetica come “la signora”, senza citarne carica o nome, non è una distrazione. È una concezione del potere. Il potere che non riconosce altri poteri pari al proprio.

Da tempo ho l’impressione che Trump guardi più al XVII secolo che al XXI. Il suo modello non è liberale, non è multilaterale: è mercantilista. È Colbert, ministro del Re Sole.

Il disegno è chiaro:

  1. Dazi pesanti sui beni ad alto valore aggiunto prodotti all’estero.

  2. Apertura selettiva alle materie prime utili all’industria nazionale.

  3. Protezione e incentivazione di grandi gruppi industriali “amici”.

  4. Apparente guerra alla burocrazia, in realtà ri-centralizzazione del controllo.

  5. Rafforzamento del potere esecutivo e marginalizzazione dei corpi intermedi.

  6. Pressione costante su alleati e rivali per ridefinire aree di influenza.

Luigi XIV lo fece con successo nel breve periodo. Le casse del re si riempirono. La Francia divenne potente. I monopoli prosperarono. Ma il sistema produsse squilibri enormi: ricchezza concentrata in alto, tensioni sociali in basso.

La storia non si ripete — ma certe dinamiche sì.

Trump può anche riuscire a ristrutturare la potenza americana nel breve periodo. Può riportare industrie, imporre dazi, intimidire partner commerciali. Ma se il beneficio resta confinato a oligarchi e grandi gruppi, il costo sociale prima o poi si presenta.

Nel Seicento ci vollero centocinquant’anni perché l’accumulo di tensioni esplodesse. Oggi non servono generazioni. Servono pochi cicli economici.

Ambire a essere il “Re Sole” del XXI secolo è suggestivo.
Ma il Sole, quando brucia troppo, consuma anche ciò che dovrebbe illuminare.

E resta valido l’antico monito:
chi troppo in alto sale, precipitevolissimevolmente cade.

La storia non è un museo. È un avvertimento.

venerdì, gennaio 09, 2026

Perché voterò SÌ al referendum costituzionale sulla giustizia

La sera dell’8 gennaio 2026 ho seguito la trasmissione Otto e Mezzo, condotta da Lilli Gruber, con ospiti Beppe Severgnini, Lina Palmerini e Marco Travaglio.

Il confronto sul referendum costituzionale mi ha colpito non tanto per le posizioni espresse — legittime — quanto per alcune affermazioni date per scontate, ma che a mio avviso meritano di essere seriamente rimesse in discussione. Potete sentire il programma al link

https://www.la7.it/otto-e-mezzo/podcast/otto-e-mezzo-08-01-2026-627298

Percorsi identici ≠ ruoli identici

Marco Travaglio ha sostenuto che il fatto che magistrati inquirenti e giudicanti condividano lo stesso percorso formativo rappresenti una garanzia di imparzialità e di ricerca della verità.
Questa affermazione contiene, a mio avviso, un salto logico.

I due ruoli non sono semplicemente “diverse funzioni” dello stesso mestiere: sono funzioni strutturalmente opposte.

  • Il magistrato inquirente ha il compito di costruire un’ipotesi accusatoria, raccogliere prove, coordinare indagini, interagire con forze di polizia e consulenti tecnici. È, di fatto, un investigatore istituzionale.
  • Il magistrato giudicante deve invece valutare in modo terzo e imparziale il confronto tra accusa e difesa, stabilendo una verità processuale, non una verità assoluta.

Pretendere che la stessa formazione garantisca automaticamente l’imparzialità significa confondere l’omogeneità formativa con la neutralità del giudizio. In nessun altro ambito complesso (medicina, ingegneria, economia) si assume che ruoli così diversi possano essere svolti al meglio con un’identica specializzazione.

Non è una critica personale ai magistrati, ma una critica sistemica.

La terzietà non è solo una virtù morale, è una condizione strutturale

Ancora più problematica è stata l’idea, sostenuta da Beppe Severgnini, secondo cui rapporti amicali o professionali tra magistrati inquirenti e giudicanti sarebbero “naturali”, anche al di fuori del processo. Una posizione minimizzata anche da Renata Polverini.

Qui non siamo di fronte a un dettaglio marginale, ma a un nodo centrale dello Stato di diritto.

La terzietà del giudice non può basarsi sulla sola correttezza individuale. Deve poggiare su assetti istituzionali che evitino, per definizione, commistioni e ambiguità.
In qualunque altro settore pubblico, rapporti personali strutturali tra chi accusa e chi decide verrebbero considerati quantomeno inopportuni.

Dire che “è naturale” equivale ad accettare che il sistema si fondi sulla fiducia reciproca tra operatori, anziché su regole che garantiscano l’equidistanza anche agli occhi dei cittadini.

La separazione delle carriere come riforma di razionalità, non di sfiducia

Votare non significa “sfiduciare la magistratura”, ma riconoscere che:

  • funzioni diverse richiedono competenze diverse;
  • la giustizia non deve solo essere imparziale, ma apparire imparziale;
  • l’assetto attuale espone il sistema a un conflitto strutturale, indipendente dalla buona fede dei singoli.

La separazione delle carriere consentirebbe:

  • percorsi formativi realmente coerenti con i ruoli;
  • una maggiore qualità sia dell’azione investigativa sia del giudizio;
  • una riduzione delle ambiguità che oggi minano la fiducia dei cittadini.

Alcuni casi giudiziari molto noti, come quello di Garlasco, mostrano quanto il rischio di una costruzione accusatoria fragile possa produrre effetti devastanti e duraturi.

Un primo passo, non una riforma salvifica

Sarebbe ingenuo pensare che questa riforma risolva tutti i problemi della giustizia italiana:

  • i tempi eccessivi dei processi,
  • l’incertezza della pena,
  • le difficoltà nell’esecuzione delle condanne.

Ma proprio perché non è una riforma miracolistica, rappresenta un passo credibile.
Un passo verso un sistema più coerente, più leggibile e, soprattutto, più rispettoso del principio costituzionale della terzietà del giudice.

Per queste ragioni voterò .
Non per ideologia, ma per razionalità istituzionale.