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venerdì, marzo 20, 2026

Sulla "terza guerra mondiale"

Scrivere delle guerre in corso è sempre difficile. Non esistono guerre “giuste” o “ingiuste” in senso assoluto, così come non è vero che un conflitto non produca né vinti né vincitori. Anche quando, nell’immediato, l’esito può apparire come un nulla di fatto, sarà la storia a stabilire chi, tra i contendenti, avrà tratto i maggiori vantaggi. Le valutazioni dei contemporanei sono inevitabilmente parziali, spesso emotive, e quindi non pienamente attendibili.

Oggi siamo di fronte a una realtà che pochi vogliono chiamare con il suo nome: una guerra mondiale “a pezzi”, combattuta su più fronti ma dentro un unico disegno di ridefinizione degli equilibri globali. I fronti principali sono tre: Russia-Ucraina, Israele-Palestina e Stati Uniti-Iran. Pensarli separati è un errore analitico prima ancora che politico.

Sul fronte russo-ucraino ho già avuto modo di soffermarmi. L’obiettivo di Putin appare relativamente chiaro: sfruttare quella che è stata percepita come una debolezza strategico-militare dell’Occidente per ricostruire una propria area di influenza politica ed economica. Non si tratta, realisticamente, di ricostituire l’Unione Sovietica, quanto piuttosto di recuperare una dimensione imperiale di tipo zarista. Un disegno che, oltre a rispondere a logiche di potenza, offre anche una prospettiva di legittimazione storica personale, elemento non secondario per molti leader autoritari.

Quella che doveva essere una “operazione speciale”, quasi di polizia internazionale, si è trasformata in una guerra di conquista. La resistenza ucraina – inattesa per intensità e durata – ha modificato profondamente il quadro. Le strategie e le tecnologie militari si sono evolute rapidamente, anche grazie all’impiego di sistemi d’arma innovativi. In questo contesto, pur in inferiorità numerica, l’Ucraina ha dimostrato una capacità di resilienza notevole.

Va inoltre sottolineato come l’Europa, seppur con ritardo, abbia preso atto della natura del conflitto e delle sue implicazioni strategiche. Dopo la caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica, l’assetto delle relazioni europee è cambiato radicalmente: una “restaurazione” di tipo imperiale non solo è difficilmente realizzabile, ma non rappresenterebbe alcun vantaggio per le popolazioni del continente.

Il secondo fronte, quello israelo-palestinese, ha radici ancora più complesse, intrecciando dimensioni religiose, storiche ed economiche. Per lunghi periodi, la convivenza tra ebrei e musulmani (in prevalenza sunniti) è stata relativamente stabile, mentre molto più conflittuale è stata la relazione tra mondo cristiano ed ebraico. Basti ricordare l’espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 1492 sotto i Re Cattolici, l’istituzione dei ghetti in diverse città europee, o le persecuzioni novecentesche compresa quella staliniana, culminate nella tragedia della Shoah.

La creazione dello Stato di Israele, sancita dalla risoluzione delle Nazioni Unite del 1947, può essere letta anche come tentativo dell’Occidente di porre rimedio a secoli di discriminazioni. Tuttavia, tale decisione ha inciso su un territorio già abitato da popolazioni arabe, generando una frattura destinata a protrarsi nel tempo.

Dal punto di vista economico, i dati mostrano con chiarezza il divario esistente: Israele presenta un reddito pro capite superiore a quello italiano (circa 41.000 dollari contro 34.000) e nettamente più elevato rispetto a quello iraniano. Si tratta di un sistema economico altamente innovativo, in cui oltre il 70% del PIL è generato dai servizi, un livello comparabile alle economie più avanzate come quella statunitense.Link: Principali indicatori economici: Fonte elaborazione su dati World Bank

Le differenze economiche contribuiscono ad alimentare le tensioni, ma non le spiegano interamente. La dimensione politico-strategica resta centrale: Israele mira a consolidare una posizione egemonica nella regione per garantire la propria sicurezza. I metodi adottati sono spesso oggetto di critica, ma si inseriscono in un contesto segnato anche da forti componenti di integralismo religioso, che influenzano profondamente i comportamenti degli attori coinvolti.

Il terzo fronte, quello tra Stati Uniti e Iran, apre interrogativi ancora più complessi. Come è possibile che un paese con una storia millenaria e un contributo straordinario al progresso umano sia oggi dominato da una componente teocratica radicale?

L’analisi degli indicatori di sviluppo – basati su dati della World Bank – evidenzia come i paesi del Golfo abbiano seguito traiettorie molto differenti. Negli ultimi decenni Iran e Iraq sono rimasti nelle posizioni più basse degli indici di sviluppo, mentre altri paesi, pur governati da sistemi non pienamente democratici, hanno adottato modelli più pragmatici, ottenendo risultati economici e sociali migliori.(Link Indicatori dello sviluppo economico: fonte elaborazione su dati World Bank) 

Quando si creano condizioni di stabilità e crescita, le tensioni interne tendono a ridursi e, di conseguenza, diminuisce anche la probabilità di conflitti aperti. L’Iran, al contrario, continua a sostenere – direttamente o indirettamente – diversi attori armati nella regione, investendo risorse significative in armamenti, inclusi missili e droni. Non è secondario il fatto che la Russia abbia fatto ricorso a tecnologia militare iraniana nel conflitto ucraino.

Resta tuttavia la domanda di fondo: perché aprire un terzo fronte in un contesto già fortemente instabile? In alcune situazioni, “scompigliare le carte” può apparire una strategia utile, ma comporta rischi elevatissimi, soprattutto per l’imprevedibilità delle reazioni a catena.

Se si cerca un punto di partenza per una possibile stabilizzazione, è difficile non tornare al conflitto russo-ucraino. Finché questo rimane aperto, gli altri fronti continueranno a essere alimentati. Una sua conclusione, anche parziale, potrebbe contribuire a ridurre la tensione complessiva.

In questo quadro, il ruolo degli Stati Uniti e dell’Europa resta decisivo. L’alleanza atlantica, pur con tutte le sue contraddizioni, ha rappresentato per decenni un elemento di stabilità. Sarebbe auspicabile che venisse rafforzata, evitando derive conflittuali interne. Gli Stati Uniti restano la principale potenza economica e militare globale, ma anche l’Europa ha contribuito in modo significativo a questo equilibrio, spesso sostenendone i costi indiretti.

Forse è proprio da qui che occorre ripartire: dal riconoscimento reciproco di interessi comuni e dalla volontà di evitare una deriva verso un conflitto più ampio.

Ovviamente, questa resta – più che una previsione – una speranza.