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martedì, marzo 24, 2026

Referendum: ha vinto il NO, hanno perso i politici SI.

Scrivo queste considerazioni al mattino presto. Non ho ancora letto i giornali e non ho seguito i dibattiti della sera precedente. Forse è un vantaggio: meno rumore, più sostanza.

Il risultato del referendum viene già interpretato come una vittoria politica. In realtà è qualcosa di diverso: è l’ennesima certificazione di una malattia cronica del Paese. Ha vinto il NO, ma hanno perso – ancora una volta – i politici del SI. E, più in profondità, ha perso la politica nel suo complesso.

I sostenitori del NO non hanno semplicemente difeso una posizione: si sono contati. È stata una prova generale in vista delle prossime elezioni. Nulla di illegittimo, ma è bene dirlo chiaramente: il referendum è stato usato come strumento di posizionamento politico.

Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sostiene che si è persa un’occasione di rinnovamento, ma che il governo andrà avanti. È una lettura comprensibile, ma insufficiente. Il punto non è l’occasione mancata: il punto è che una parte sempre più ampia del Paese non crede più che la politica sia in grado di riformare se stessa.

Non è un fatto nuovo. È un pattern.

Matteo Renzi ha vinto con una forza elettorale rara nella storia recente. Ha provato a modificare i meccanismi istituzionali e si è trovato di fronte non solo un’opposizione politica, ma un rigetto personale. Il referendum sulla sua riforma è diventato un referendum su di lui. E lo ha perso.

Mario Monti ha incarnato la competenza tecnica nel momento più difficile della crisi del debito sovrano. Ha contribuito a stabilizzare i conti pubblici, ma quando ha tentato di trasformare quella legittimazione tecnica in consenso politico è stato travolto. Perché, nel momento in cui è entrato nel gioco, è diventato “uno dei politici”.

Mario Draghi ha rappresentato l’ultima versione di questo schema: autorevolezza internazionale, capacità decisionale, credibilità finanziaria. Eppure è stato rapidamente logorato e infine espulso dal sistema politico non appena è apparso evidente che il suo operato poteva ridisegnare equilibri consolidati.

La costante è chiara: in Italia non si boccia solo ciò che viene proposto, ma soprattutto chi lo propone.

In questo clima si inserisce anche la figura di Nicola Gratteri. Non è un politico, ed è proprio questo il punto. Un magistrato conosce perfettamente il principio di separazione dei poteri: il Parlamento legifera, la magistratura applica. Quando questo confine viene superato, anche solo sul piano comunicativo, si contribuisce a quella stessa delegittimazione della politica che poi si denuncia.

Il suo intervento è stato efficace perché ha intercettato un sentimento diffuso, ormai maggioritario: chi governa lo fa per interesse proprio, non per quello collettivo. Da qui nasce un voto strutturalmente “contro”. È stato così per il Movimento 5 Stelle, è stato così per Fratelli d’Italia, ed è così ancora oggi.

Il problema è che un sistema fondato sul voto “contro” non produce mai un progetto stabile “per”.

E i dati lo confermano.

Negli ultimi vent’anni l’Italia ha registrato una crescita media annua del PIL reale tra le più basse dell’area euro, spesso inferiore all’1%. Dopo il rimbalzo post-pandemico, la crescita si è nuovamente attestata su valori modesti (intorno allo 0,7–1% negli ultimi dati disponibili). Gli investimenti in ricerca e sviluppo restano stabilmente sotto la media europea (circa 1,4% del PIL contro oltre il 2% dell’UE), mentre la spesa per istruzione è tra le più basse dei principali paesi avanzati.

Sul piano demografico, il quadro è ancora più critico: l’età media continua a crescere, il tasso di natalità è tra i più bassi al mondo e il rapporto tra popolazione attiva e pensionati si deteriora progressivamente. A questo si aggiunge una gestione del fenomeno migratorio oscillante tra emergenza e assistenzialismo, senza una strategia strutturale di integrazione economica e sociale.

Non si tratta di dettagli tecnici. Sono i fondamentali di un Paese.

Eppure, su questi temi, la politica fatica a costruire consenso. Perché ogni proposta viene letta come uno strumento di potere di chi la propone. E quindi rifiutata.

Si crea così un circuito perverso: la sfiducia genera voto di protesta; il voto di protesta impedisce riforme strutturali; l’assenza di riforme alimenta ulteriore sfiducia.

Il referendum si inserisce perfettamente in questo schema.

Per questo la vera notizia non è la vittoria del NO. È l’ennesima sconfitta della politica che prova – male o bene – a proporre un cambiamento.

Chiudo tornando a Gratteri. Se davvero dovesse cedere alla tentazione di una candidatura politica, non farebbe altro che confermare la regola: in Italia nessuno resta fuori dalla politica abbastanza a lungo da poterne criticare i limiti con piena credibilità, dimostrerebbe di non saper esercitare il suo ruolo — eticamente imprescindibile — di terzietà e il suo volto di oggi sarebbe solo una maschera.

E allora il problema non è più chi vince o chi perde un referendum.

Il problema è che, mentre ci si conta, il Paese resta fermo.


venerdì, marzo 20, 2026

Sulla "terza guerra mondiale"

Scrivere delle guerre in corso è sempre difficile. Non esistono guerre “giuste” o “ingiuste” in senso assoluto, così come non è vero che un conflitto non produca né vinti né vincitori. Anche quando, nell’immediato, l’esito può apparire come un nulla di fatto, sarà la storia a stabilire chi, tra i contendenti, avrà tratto i maggiori vantaggi. Le valutazioni dei contemporanei sono inevitabilmente parziali, spesso emotive, e quindi non pienamente attendibili.

Oggi siamo di fronte a una realtà che pochi vogliono chiamare con il suo nome: una guerra mondiale “a pezzi”, combattuta su più fronti ma dentro un unico disegno di ridefinizione degli equilibri globali. I fronti principali sono tre: Russia-Ucraina, Israele-Palestina e Stati Uniti-Iran. Pensarli separati è un errore analitico prima ancora che politico.

Sul fronte russo-ucraino ho già avuto modo di soffermarmi. L’obiettivo di Putin appare relativamente chiaro: sfruttare quella che è stata percepita come una debolezza strategico-militare dell’Occidente per ricostruire una propria area di influenza politica ed economica. Non si tratta, realisticamente, di ricostituire l’Unione Sovietica, quanto piuttosto di recuperare una dimensione imperiale di tipo zarista. Un disegno che, oltre a rispondere a logiche di potenza, offre anche una prospettiva di legittimazione storica personale, elemento non secondario per molti leader autoritari.

Quella che doveva essere una “operazione speciale”, quasi di polizia internazionale, si è trasformata in una guerra di conquista. La resistenza ucraina – inattesa per intensità e durata – ha modificato profondamente il quadro. Le strategie e le tecnologie militari si sono evolute rapidamente, anche grazie all’impiego di sistemi d’arma innovativi. In questo contesto, pur in inferiorità numerica, l’Ucraina ha dimostrato una capacità di resilienza notevole.

Va inoltre sottolineato come l’Europa, seppur con ritardo, abbia preso atto della natura del conflitto e delle sue implicazioni strategiche. Dopo la caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica, l’assetto delle relazioni europee è cambiato radicalmente: una “restaurazione” di tipo imperiale non solo è difficilmente realizzabile, ma non rappresenterebbe alcun vantaggio per le popolazioni del continente.

Il secondo fronte, quello israelo-palestinese, ha radici ancora più complesse, intrecciando dimensioni religiose, storiche ed economiche. Per lunghi periodi, la convivenza tra ebrei e musulmani (in prevalenza sunniti) è stata relativamente stabile, mentre molto più conflittuale è stata la relazione tra mondo cristiano ed ebraico. Basti ricordare l’espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 1492 sotto i Re Cattolici, l’istituzione dei ghetti in diverse città europee, o le persecuzioni novecentesche compresa quella staliniana, culminate nella tragedia della Shoah.

La creazione dello Stato di Israele, sancita dalla risoluzione delle Nazioni Unite del 1947, può essere letta anche come tentativo dell’Occidente di porre rimedio a secoli di discriminazioni. Tuttavia, tale decisione ha inciso su un territorio già abitato da popolazioni arabe, generando una frattura destinata a protrarsi nel tempo.

Dal punto di vista economico, i dati mostrano con chiarezza il divario esistente: Israele presenta un reddito pro capite superiore a quello italiano (circa 41.000 dollari contro 34.000) e nettamente più elevato rispetto a quello iraniano. Si tratta di un sistema economico altamente innovativo, in cui oltre il 70% del PIL è generato dai servizi, un livello comparabile alle economie più avanzate come quella statunitense.Link: Principali indicatori economici: Fonte elaborazione su dati World Bank

Le differenze economiche contribuiscono ad alimentare le tensioni, ma non le spiegano interamente. La dimensione politico-strategica resta centrale: Israele mira a consolidare una posizione egemonica nella regione per garantire la propria sicurezza. I metodi adottati sono spesso oggetto di critica, ma si inseriscono in un contesto segnato anche da forti componenti di integralismo religioso, che influenzano profondamente i comportamenti degli attori coinvolti.

Il terzo fronte, quello tra Stati Uniti e Iran, apre interrogativi ancora più complessi. Come è possibile che un paese con una storia millenaria e un contributo straordinario al progresso umano sia oggi dominato da una componente teocratica radicale?

L’analisi degli indicatori di sviluppo – basati su dati della World Bank – evidenzia come i paesi del Golfo abbiano seguito traiettorie molto differenti. Negli ultimi decenni Iran e Iraq sono rimasti nelle posizioni più basse degli indici di sviluppo, mentre altri paesi, pur governati da sistemi non pienamente democratici, hanno adottato modelli più pragmatici, ottenendo risultati economici e sociali migliori.(Link Indicatori dello sviluppo economico: fonte elaborazione su dati World Bank) 

Quando si creano condizioni di stabilità e crescita, le tensioni interne tendono a ridursi e, di conseguenza, diminuisce anche la probabilità di conflitti aperti. L’Iran, al contrario, continua a sostenere – direttamente o indirettamente – diversi attori armati nella regione, investendo risorse significative in armamenti, inclusi missili e droni. Non è secondario il fatto che la Russia abbia fatto ricorso a tecnologia militare iraniana nel conflitto ucraino.

Resta tuttavia la domanda di fondo: perché aprire un terzo fronte in un contesto già fortemente instabile? In alcune situazioni, “scompigliare le carte” può apparire una strategia utile, ma comporta rischi elevatissimi, soprattutto per l’imprevedibilità delle reazioni a catena.

Se si cerca un punto di partenza per una possibile stabilizzazione, è difficile non tornare al conflitto russo-ucraino. Finché questo rimane aperto, gli altri fronti continueranno a essere alimentati. Una sua conclusione, anche parziale, potrebbe contribuire a ridurre la tensione complessiva.

In questo quadro, il ruolo degli Stati Uniti e dell’Europa resta decisivo. L’alleanza atlantica, pur con tutte le sue contraddizioni, ha rappresentato per decenni un elemento di stabilità. Sarebbe auspicabile che venisse rafforzata, evitando derive conflittuali interne. Gli Stati Uniti restano la principale potenza economica e militare globale, ma anche l’Europa ha contribuito in modo significativo a questo equilibrio, spesso sostenendone i costi indiretti.

Forse è proprio da qui che occorre ripartire: dal riconoscimento reciproco di interessi comuni e dalla volontà di evitare una deriva verso un conflitto più ampio.

Ovviamente, questa resta – più che una previsione – una speranza.

martedì, marzo 03, 2026

Sanremo 2026: l’intimità come rifugio e l’assenza del mondo

Premessa personale: non avendo competenze musicologiche specifiche, riporto qui un’analisi elaborata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, sulla base delle seguenti domande da me formulate a partire dai testi ufficiali delle canzoni:

·       il testo è comprensibile?

·       il testo ha una sua struttura formale?

·       il testo ha caratteristiche poetiche?

·       Il testo riferimento a tematiche sociali?

·        il testo ha espliciti riferimenti ad aspetti sessuali?

·       il testo fa espliciti riferimenti ad aspetti romantici?

 Quello che ho fatto è solo la preparazione del file con tutti itesti delle canzoni

 L’elaborazione nasce dunque da un dialogo critico, non da una pretesa di giudizio tecnico sulla musica. Mi sembra un ottimo esempio che ci deve far riflettere sulle potenzialità della IA.

Condivido quanto elaborato dalla AI, infatti il conduttore per dare "contenuto" al festival ha dato spazio ad ospiti della società civile. Altrimenti ben poca cosa....


Tabella sintetica di classificazione

Area tematica

Numero brani (su 30)

Caratteristica dominante

Amore romantico / promessa

9

Centralità del legame come progetto di vita

Amore nostalgico / rottura

7

Rimpianto, ossessione del ricordo

Amore passionale / conflittuale

5

Relazioni instabili, attrazione ambivalente

Amore filiale / memoria

2

Lutto, perdita, memoria affettiva

Satira sociale / identitaria

3

Ironia su costume e società

Riflessione esistenziale generazionale

4

Identità, tempo, senso di sé

Sessualità esplicita

2

Espressione diretta della fisicità

Forte poeticità simbolica

4

Linguaggio lirico e immagini strutturali

(Le categorie si sovrappongono: oltre due terzi dei brani ruotano attorno alla dimensione amorosa.)


1. Il grande assente: il mondo

Se si leggono insieme i testi di Sanremo 2026, la prima impressione è chiara: il mondo è sparito.

Non c’è economia.
Non c’è lavoro.
Non c’è conflitto sociale.
Non c’è tensione civile.

C’è la stanza.
C’è il letto.
C’è la notte.

Il Festival più mediatico del Paese, seguito da milioni di persone, sembra aver scelto deliberatamente di non raccontare la realtà collettiva. Non la nega: semplicemente la ignora.

Il pubblico diventa sfondo indistinto. Il privato diventa assoluto.


2. L’amore come anestetico culturale

L’amore domina i testi. Ma non è l’amore epico, non è l’amore tragico, non è l’amore rivoluzionario.

È un amore:

  • terapeutico,
  • consolatorio,
  • difensivo.

In una società che vive precarietà economica e disorientamento identitario, il legame affettivo viene presentato come ultimo spazio di sicurezza.

Ma anche questo spazio è fragile: molti brani parlano di ossessione, dipendenza, rottura, nostalgia.

Non c’è progetto.
C’è sopravvivenza emotiva.

L’amore non apre il futuro.
Lo rallenta.


3. L’ossessione del tempo e l’assenza del domani

Le parole “prima”, “per sempre”, “ora”, “ogni volta” ricorrono continuamente.

È un tempo ansioso.
Un tempo che scappa.

Ma manca il futuro come costruzione collettiva.
Manca l’idea di un domani condiviso.

Il tempo è vissuto come pressione individuale, non come orizzonte storico.

Questo è il segnale culturale più forte: la perdita della dimensione progettuale.


4. La fine dell’eroe e l’estetica della fragilità

I protagonisti delle canzoni sono:

  • vulnerabili,
  • confusi,
  • nostalgici,
  • emotivamente instabili.

Non c’è un soggetto forte.
Non c’è una volontà trasformativa.

La cultura pop di questo Festival è post-eroica.
Non ambisce a cambiare nulla.

Si limita a raccontare la fragilità.

Ma quando la fragilità diventa unico orizzonte narrativo, rischia di trasformarsi in alibi.


5. Una lettura più severa

Il problema non è che le canzoni parlino d’amore.
La canzone italiana ha sempre parlato d’amore.

Il problema è che parlano quasi solo di quello.

In un momento storico complesso, il Festival sceglie la neutralizzazione del conflitto. Sceglie la consolazione invece della tensione. Sceglie l’intimità invece della responsabilità.

Non è censura.
È auto-riduzione culturale.


Conclusione editoriale

Sanremo 2026 racconta un’Italia che non sogna più in grande.

Non sogna la giustizia.
Non sogna la trasformazione.
Non sogna il futuro.

Sogna di non soffrire troppo.

È un Festival che non disturba, non provoca, non apre fratture.
Accompagna.

Ma un grande evento culturale dovrebbe fare qualcosa di più:
dovrebbe interrogare il presente, non solo consolarlo.

Se la musica popolare è specchio della società, questo specchio ci restituisce un Paese ripiegato su sé stesso, emotivamente stanco, culturalmente prudente.

Non arrabbiato.
Non ribelle.
Semplicemente rassegnato.

E forse è proprio questa la nota più bassa del Festival.